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LIBERATEVI!



E liberatevi dal vostro ego, dalla voglia di apparire, e da quella smisurata di compiacere gli altri.

Liberatevi dalle passioni scadenti, dall’idea che siete i soli salvatori del mondo, gli unici che combattono, gli unici che hanno capito tutto.

Prendete in considerazione, per un attimo, una manciata di secondi, che nulla potete se non in Lui.

E anche se non credete in Dio, avete bisogno dell’intelligenza che regola le leggi di un universo che si regge su se stesso, che non può essersi creato da solo.

E anche se così fosse, avete bisogno dell’azione potente e creativa di esso, che senza non sareste mai esistiti.

Liberatevi dalla convinzione che il vostro desiderio di cambiamento sia quello giusto.

Liberatevi di voi se volete veramente essere liberi.

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Fotografie

Guardo fotografie mai scattate, attimi che la vita ha consegnato all’eternità, scampoli di sdegno o felicità, pellicola che il tempo non sbiadisce.


E restano segreti, racconti, parole che si affannano a cadere dalle labbra per ruzzolare all’orecchio di chi ascolta.
L’orologio è un’artista che forgia l’inesistente fino a renderlo presente per poi prendersi beffa di se stesso dopo un tictac, lo scatto di orgoglio del futuro, di ciò che sarà e nessuno conosce fino al momento in cui accade.


Mi illudo anche io di vivere il passato e il futuro, come se ciò che sono non sia altro che un continuo divenire, e fermo i fotogrammi di questo film in bianco e nero, scatto fotografie che nessuno mai vedrà, rivedo ciò che un giorno mi rese felice e letti sfatti dalla morte, dolorosi minuti che squarciarono le certezze e resero a brandelli la volontà di esistere.

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Attesi

Aspettai nove mesi, 45 settimane, prima di vedere la luce.
Nacqui brutto, scuro di pelle, magro ma con due occhi grandi per guardare meglio il dolore del mondo.

Mia madre disse, ancora poche settimane e potrai abbracciare il tuo fratellino, e a me già brillava il cuore.
Poi nacque, diventò grande e se ne andò.

Mio padre in poche settimane andò via, quando l’amore per me l’aveva già dichiarato, dopo 18 anni di attesa.
Masticavo dolore e fatica e quelle poche settimane sembrarono anni.

Il medico qualche mese fa mi disse, il dolore alla schiena sparirà in poche settimane, e ancora oggi mi tormenta.

E settimana dopo settimana scorre veloce questa vita, nell’attesa di altre settimane da aspettare.
Come un gatto in agguato sta la speranza del presente in cui possa realizzarsi ciò di cui ogni uomo ha bisogno: la sostenibile leggerezza di vivere senza necessità, ciò che ci rende liberi di assaporare la felicità scarnificata dal delirio della disperazione.

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Mio fratello è morto in guerra

Avevo un fratello ma è morto in guerra.
Strano come sia più facile sopravvivere su un campo di battaglia che in trincea.
E lui restò acquattato in quel fosso fino alla fine.


Per paura forse,
Per convenienza,
Non lo so.
So però che lo raggiunse la granata dell’indifferenza mentre io e gli altri combattevamo la battaglia feroce per la sopravvivenza.


Fu dilaniato da quella bomba di nulla e niente che massacra questa umanità cieca e diffidente.
Morì senza onore.
Andò via nel silenzio di sempre,
Tra quelle giustificazioni che rendono gli uomini capaci di abomini.


Andò via all’alba,
Nello stesso minuto in cui un atomo iniziava la costruzione dell’universo,
Cosi da non essere mai esistito.
Mio fratello è quest’uomo che gira la testa dall’altra parte,
Incapace di accogliere la sofferenza dei suoi simili.

Avevo un fratello ma è morto in guerra.

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Lo sguardo del bisogno

Genera confusione questo tempo che non conta gli anni, assenza di percezioni future, mancanze estreme quando l’Amore sembra essere una colpa se anche l’abbraccio del Divino non basta a diluire dolori antichi.

Diventa anarchia di sentimenti, mescolanza di intenti e passioni, caos istintuale e ammasso indefinito di sostanza e apparenza, quando la strada da percorrere è meno di quella attraversata e il traguardo appare come forma indistinta.

È la confusione di una vita che è bella per il solo fatto di essere esistenza e per questo inaccettabile.

È la confusione che si origina dall’ordine supremo della perfezione, quella che appare all’uomo che non riconosce la causa della sua presenza, che resta sgomento davanti alla storia e ricerca l’origine della sua creazione, che sia un Dio, il caso o qualsiasi altro accidente che possa dargli una risposta.

Confusione che produce vanità, presunzione che si possa fare a meno del divino.

Siamo questo quando non abbiamo gli occhi puntati nello sguardo del bisogno.

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Certe settimane

Ne feci mazzetti da regalare, i miei anni, rose appassite dalla rugiada cocente del sole d’agosto, rosse di sangue striato dal bianco di lacrime inutili.

E di questa fatica che spezza le ossa, ne feci liberazione, cassapanca in cui riporre il dolore come gli oggetti in disuso, o quei vecchi indumenti che si spera indossare quando a casa si è da soli.

Allargai le braccia per accogliere il tribolo dell’età e strinsi al petto l’agghiacciante calore della disperazione, l’odio verso me stesso, la voglia e la volontà di crederci contro ogni evidenza.

Nelle notti insonni di certe settimane da raccontare solo a se stessi, lodai quest’esistenza che si attacca alla fede per sopravvivere, la certezza che, diluendola con gli affanni, si potesse creare la bevanda dolce della perduranza.


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La patata e i problemi dell’Italia

Il problema è quello della patata e del suo rapporto con gli eventi dell’umanità.

Un eminente studioso, anni fa, ha osservato un intera popolazione di scimmie  intenta a lavare patate (ognuno la sua, sia chiaro) e si è fatto un’idea sul comportamento umano e sui meccanismi che producono cambiamenti tanto radicali all’interno di una società, da modificarla definitivamente.

Vi spiego come funziona.

All’uomo piace la patata e questa, prima di essere usata, va pulita a fondo.

Dallo studio sopra citato, si evince che se una scimmia lava la patata e viene imitata da un’altra, ad un certo punto, quando si raggiungerà un   numero X di individui  che lo fanno, essa diventerà una pratica comune a tutti i componenti della società.

Al mondo esistono anime buone, quelle che credono che certe scoperte possano essere utili all’umanità, e altre un tantino meno perbene, quelle che fanno in modo da volgere a loro favore le stesse scoperte.
Alla prima classe appartengono persone come Nobel, Fermi, Einstein, solo per citarne alcuni. Alla seconda tipi come Hitler, Truman, Stalin, Cicciolina e Berlusconi.

Fu quest’ultimo a capire che la teoria della patata andava affrontata in modo serio e approfondito, in quanto in essa era racchiuso il segreto della democrazia dittatoriale, mentre Cicciolina approfondiva quella della massa critica della banana.

Or dunque bisognava far comprendere agli italiani che lavare la patata, averne il culto, diffondere la fede in essa, era di vitale importanza per la sua sopravvivenza politica e per aumentare a dismisura il suo potere economico.

Cominciò con delle festicciole da quattro soldi, poi quando il lavacro della patata iniziò a divenire necessario per molti, ampliò il raggio di azione e indusse quasi tutti i suoi parlamentari ad adottare il metodo con piglio scientifico e maniacale.

Poi la magia.

Da un giorno all’altro, proprio come era successo alle scimmie, dato che si era raggiunta la massa critica, quasi tutti gli italiani si ritrovarono a lavare la patata, esattamente 13.629.464.

Grazie al raggiungimento di tale numero di elettori, il cavaliere continuerà a esercitare le sue funzioni, compreso lavare la patata, per il resto della sua vita. Perché, si sa, le scimmie una volta presa l’abitudine, difficilmente cambiano e quella della massa critica è una teoria che ha fondamenti scientifici.

Sta alle scimmie adesso cercare di creare una nuova massa critica che faccia dimenticare per sempre la patata e ci faccia ritornare ad essere uomini cui la patata difetta solo quando vanno in bianco. La cosa difficile da realizzare è far comprendere a certe patate che il loro destino non è solo quello di essere lavate, usate e gettate, ma che hanno una coscienza capace di modificare il loro stesso destino.

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Dicono che…

Dicono che l’aumento di tumori dalle mie parti siano i rifiuti tossici sotterrati un po’ dovunque.

Dicono che viviamo in un territorio malato e quasi irrecuperabile a causa di ciò.

Ci sono voluti anni per ridurlo così, forse con la complicità dei politici e dei contadini stessi che hanno permesso lo sversamento  di rifiuti tossici nei loro campi.

Qualche anno fa, qualcuno ha iniziato a denunciare il fattaccio attraverso il web, in quel momento è scomparsa la “Campania Felix” ed è nata la “Terra dei fuochi”.

Ricordo che all’inizio sorridevo, cosa vuoi che sia qualche fuoco acceso, per poi rendermi conto che ad essere bruciati erano i rifiuti velenosi che presto avrebbero contaminato le campagne e ogni cosa che veniva prodotta in esse. Continua a leggere

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Siamo andati al cimitero e uscendo abbiamo incontrato i morti.

Il camposanto era quello di Verano in Roma, i morti erano quelli delle forze del disordine.

Sembra che ultimamente in Italia, lo sport preferito dai Carabinieri sia il pestaggio duro, sia nel vero significato della parola che nel senso verbale.

I fatti sono questi:

Ore 13 e 10 circa, via Tiburtina, in uno dei quartieri più malfamati della capitale, eravamo seduti al bar “C’era una volta… il caffè” (non è uno scherzo, si chiama proprio così). Rifletto sul fatto che da napoletano non dovrei cedere alle avance di chi afferma che il caffè non c’è più e quindi opto per un aperitivo. Continua a leggere

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Riflessioni sulla vita parlando della morte.

Alcuni li chiamano “omicidi di stato”, altri, semplici suicidi, altri ancora, gesti di disperazione, ma ciò che resta è che una vita scompare per sempre, una macabra  esecuzione spesso studiata nei minimi particolari.

La maggior parte delle volte si lascia un pizzino che spiega il gesto, una specie di rimprovero a chi resta, altre volte un volo da una finestra sembra senza significato, per poi scoprire che la causa è sempre la stessa, l’irrefrenabile desiderio di porre fine a una situazione difficile da vivere, la povertà mai accettata, la vergogna di uno stato di non autosufficienza e di indigenza estrema.

L’uomo ragiona per categorie è questo il vero dramma. Continua a leggere

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