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Potrei

Potrei fare milioni di passi, migliaia di migliaia di chilometri, consumare scarpe e ginocchia ma non mi muoverei di un passo.


Il circolo vizioso del dolore ritrova un senso nella meta invisibile dell’infinito, un abbraccio di cui abbisogna l’esistenza quando diventa tanto ruvida da graffiare anche l’anima.


Fino alla fine.


Fino a corrompere perfino l’amore.
Fino a che il verme della necessità ti mangia anima e coraggio.
Il banchetto di una vita che si srotola come un tappeto ai piedi della speranza.

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Mamma

Non verrò al cimitero a salutarti, non so nemmeno dove ti hanno messa, ma non ci sei tu in quel posto, adesso sai come la penso.

Ti accompagnai per l’ultima volta dalla tua amata Madonnina, solo io potevo farlo mentre l’ennesima tegola mi cadeva in testa e fracassava quell’ultimo pezzo di speranza che ancora mi restava.

Feci finta di niente, per te che ansimavi nelle impervie salite di Lourdes e in quelle della vita.

Voglio ricordarti così, con quel sorriso sofferente e la negazione di una malattia devastante, voglio ricordare di me che ti ho curata in vita mentre gli altri lo fanno in morte.

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Attesi

Aspettai nove mesi, 45 settimane, prima di vedere la luce.
Nacqui brutto, scuro di pelle, magro ma con due occhi grandi per guardare meglio il dolore del mondo.

Mia madre disse, ancora poche settimane e potrai abbracciare il tuo fratellino, e a me già brillava il cuore.
Poi nacque, diventò grande e se ne andò.

Mio padre in poche settimane andò via, quando l’amore per me l’aveva già dichiarato, dopo 18 anni di attesa.
Masticavo dolore e fatica e quelle poche settimane sembrarono anni.

Il medico qualche mese fa mi disse, il dolore alla schiena sparirà in poche settimane, e ancora oggi mi tormenta.

E settimana dopo settimana scorre veloce questa vita, nell’attesa di altre settimane da aspettare.
Come un gatto in agguato sta la speranza del presente in cui possa realizzarsi ciò di cui ogni uomo ha bisogno: la sostenibile leggerezza di vivere senza necessità, ciò che ci rende liberi di assaporare la felicità scarnificata dal delirio della disperazione.

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Impara

Impara poesie a memoria,
non come me che mischio versi a casaccio.

Impara a suonare per bene,
non come me che strimpello canzoni.

Impara a fare di conto,
non come me che sbaglio le addizioni.

Impara a lamentarti del tuo dolore,
non come me che sorrido e lavoro.

Impara ad amare a metà,
non come me…
e stendi le rughe che ti rendono vecchio,
non come me.

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Mio fratello è morto in guerra

Avevo un fratello ma è morto in guerra.
Strano come sia più facile sopravvivere su un campo di battaglia che in trincea.
E lui restò acquattato in quel fosso fino alla fine.


Per paura forse,
Per convenienza,
Non lo so.
So però che lo raggiunse la granata dell’indifferenza mentre io e gli altri combattevamo la battaglia feroce per la sopravvivenza.


Fu dilaniato da quella bomba di nulla e niente che massacra questa umanità cieca e diffidente.
Morì senza onore.
Andò via nel silenzio di sempre,
Tra quelle giustificazioni che rendono gli uomini capaci di abomini.


Andò via all’alba,
Nello stesso minuto in cui un atomo iniziava la costruzione dell’universo,
Cosi da non essere mai esistito.
Mio fratello è quest’uomo che gira la testa dall’altra parte,
Incapace di accogliere la sofferenza dei suoi simili.

Avevo un fratello ma è morto in guerra.

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Auguri padre

Te ne andasti troppo in fretta.

Ho dimenticato il dolore che provai, ce ne sono stati altri e tutto si è stratificato, duro calcare che a rimuoverlo ci vorrebbe un’altra vita.

In fondo ho ripercorso la tua storia, ne sarai contento, mi hai lasciato in eredità il tuo destino e io non mi sono sottratto.

Sarai felice di vedermi mentre mi arrabatto tra la quotidiana parentesi del riscatto e l’impossibilità di recedere, quando l’acqua non ti lava, quando il sole non ti scalda, se i passi non ti fanno avanzare, quando le nuvole sostano e non ti fanno vedere il cielo.

Non sono mai stato il tuo preferito, questo lo so, ma a sprazzi ho colto il tuo orgoglio di essermi padre, solo attimi, che in confronto alla vita sono come piscio nell’oceano.

Mi hai dato tanto e, forse, ciò che sono adesso lo devo a te.

Mi hai dato la possibilità di generare chi amo, forza che prescinde da tutte le catastrofi, che a farne a meno si rischia di morire.

E sono felice nonostante tutto.

Sei esistito, poco, ho dimenticato il dolore della tua assenza, altri hanno dimenticato la tua esistenza.

Colgo il rammarico di non aver diviso il dolore con chi diceva di amarti, forse.

Ma si può amare qualcuno senza amare tutto di esso?

Non credo.

E non credo che mi starai leggendo, i morti hanno la loro dimora dove i vivi non esistono, mentre noi continuiamo a  cercare tra i morti coloro che sono vivi.

Auguri padre.

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Attaccato a te

Sono rimasto attaccato a te come edera al muro, un’idea che attende di essere realizzata, come un’ombra proiettata sul telo della sopravvivenza.

E tu sei il sogno non ancora realizzato, il profumo prima del caffè, l’inebriante attesa del prossimo passo che mi farà varcare l’ultimo traguardo.

Sei nel mio cuore in modo così naturale che quasi mi dimentico che esisti, come il respiro e il battito del cuore, lavoro che sussiste senza sforzo, sottofondo di musica monotona eppure melodia dell’universo, ciò che mi tiene in vita.

Sono rimasto attaccato a te come mitile allo scoglio, se pure l’onda cerca di staccarmi, se le tempeste non accettano la forte riluttanza, frutto che vuole diventare sasso e fondersi, stessa sostanza e temperanza, certezza che i millenni avranno la potenza di realizzare ciò che sembra solo una speranza.

E tu sei l’attesa che si fa speranza, il coltello dal lato del manico, l’armatura contro ogni nemico, la suola resistente per scalare le montagne e percorrere scabrosi sentieri, un motore che non ha bisogno di carburante se non la certezza dell’incontro.

Sei tu, sei tu.

E io sono rimasto attaccato alla tua comprensione.

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Sgrammaticato

Non mi piace dar fastidio, attendo, in genere faccio così.
Non mi va di intromettermi nella vita degli altri, non  mi piace e non ne sento la necessità. Ognuno, penso, ha i suoi problemi, i progetti, le aspettative, e porta avanti tutto senza badare più di tanto al prossimo. Non ho mai visto nessuno fermarsi per aspettare, tranne che nei film, quando la colonna sonora assume i contorni del drammatico-smielato-romantico e i protagonisti, dopo una lunga attesa fatta di sguardi, ripensamenti, ricapitolazione, si corrono incontro per dirsi “senza di te la mia esistenza non ha senso”.
Nella vita è diverso, si vive a cento all’ora, non ci sono moviole o musiche di sottofondo se non l’assordante rumore del mondo.
E allora c’è chi attende e chi chiede. Io appartengo alla prima categoria e comprendo che non mi fa bene esserne parte, perché ci sono diversi svantaggi.
Il più importante è che affinché ci sia qualcuno che ti possa donare quello di cui hai bisogno ci devono essere vari presupposti; che la persona in questione abbia compreso le tue esigenze, che desideri di più il tuo bene che la realizzazione dei suoi sogni, che tu sia tanto ricco o tanto figo.
Io so di essere un minuscolo granello nella vita degli altri, un articolo indeterminativo che non da il senso della frase, una virgola messa male, un punto e virgola in disuso.
Gli altri per me sono sempre più importanti di me, più bravi, più… e mi onora la loro amicizia, sono grato per la loro attenzione verso di me, minuscolo granello di insignificante materia.
Sgrammaticato perché vinto dalla fatica.

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Flusso di coscienza

Sembrerà di essere stata reale quando finirà, questa vita che si accartoccia su se stessa, pieghe di giorni insensati, colori persi e amici svaniti.
Era così fin da piccolo, quando l’oracolo si nascondeva in una mela marcia, se il ritorno di mio padre assumeva contorni magici, e speravo, e mi intristivo al pensiero che potesse non funzionare.
Mancavano dei soldi a casa, svaniti nel nulla ed il colpevole ero io, nonostante i pianti e la disperazione, nessun altro che io per mia mamma.
Lei riposa in pace adesso, forse lo sa chi è stato, a me non interessa, avevo lacrime e se ne andava un pezzo delle mie certezze.
Il mio dono avrei potuto sfruttarlo meglio, a chi capita, così tanto per caso, di saper leggere gli eventi? A chi è dato di vedere attraverso le intrigate maglie delle esistenze altrui  e percepirne gli assili futuri, o le gioie? Mi è dato solo per gli altri, a me restano briciole di attesa.
Ti è convenuto avere qualche soldo in più e un fratello in meno?
Non so odiarti ma nemmeno amarti, scorri sulla pelle come sudore puzzolente asciugato dal sole, salsedine che va via alla prima doccia, mosca fastidiosa scacciata con uno straccio sporco.
Lavoro e sono grato a me, alla forza che mi dono, al coraggio di essere ancora in vita.
Domani mi regalerò un sorriso allo specchio, troppo poco gratificante eppure immensamente raro.
Avrò figli speciali, questa è una certezza, già lo sono.
Attendo, cosa posso mai fare?
Attendo nel silenzio di questo attimo.

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Ciao Mamma

rosa bagnata

Le rose son divenute pallide, il sole le ha svuotate della brina, evanescente difesa donata dall’alba nascente, trasparente , diafana e impercettibile salvaguardia ai vellutati petali.
Ti ho vista arrenderti, strappare i cenci di un’esistenza assurda, accoccolarti nelle anse di una vita tranquilla, disperdere l’odio come polvere in una giornata ventosa d’agosto.
Sei partita senza un sorriso, soffiando dolore e preghiera, disincanto e speranza. Hai vomitato il resto di attimi inutili: ciò che restava di te, della tua carne, del dissenso per un’afflizione inopportuna, che non meritavi.
E forse ti ha atteso la luce, il cammino del ritorno.
Consumando vita e piedi hai attraversato l’immenso e hai disteso la nostra felicità stirandola con il ferro della tua sofferenza.

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