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Potrei

Potrei fare milioni di passi, migliaia di migliaia di chilometri, consumare scarpe e ginocchia ma non mi muoverei di un passo.


Il circolo vizioso del dolore ritrova un senso nella meta invisibile dell’infinito, un abbraccio di cui abbisogna l’esistenza quando diventa tanto ruvida da graffiare anche l’anima.


Fino alla fine.


Fino a corrompere perfino l’amore.
Fino a che il verme della necessità ti mangia anima e coraggio.
Il banchetto di una vita che si srotola come un tappeto ai piedi della speranza.

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Tu disegnavi fiori

Tu disegnavi fiori e io ci mettevo le radici
Io ci mettevo i fiori e tu disegnavi radici
Di fiori veri e di vere radici, fornivo i tuoi sogni
Tu disegnavi i tuoi sogni e io la nostra realtà
Avremmo dovuto avere entrambi una matita
Avremmo dovuto avere entrambi corolle e rizomi da strappare alla terra
Avevamo ciò che all’altro serviva
Restammo ad attenderci

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Il mistero (estratto)

Allora chiederò il perdono per l’uomo, il sorriso sul viso degli assassini, la pace a chi genera odio, la guarigione per i figli ammalati d’opulenza.

E per questo occidente ottuso e cieco, la grazia di comprendere il valore di un titolo di borsa, carta straccia che annienta popoli e affetto, uno sputo in faccia alla povertà che si inventa la diaspora per sopravvivere.

Buon mese della Madre

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Ho messo radici

2013-05-30 15.50.10

 

Ho messo radici dove pensavo che la terra fosse fertile. L’ho concimata con l’amore del contadino e la stessa ansia per la raccolta di succulenti frutti, sperando sempre che il tempo fosse benevolo.

Avrei voluto cogliere succosi grappoli di amicizia, saporiti chicchi di fratellanza, e affiatamento, gentilezza, disponibilità.

Un’alleanza che si facesse concreta in una stretta di mano, un sodalizio che fosse intesa disinteressata, un patto che andasse al di la delle circostanze, l’idea di ammansire la bestia e domare i più spudorati attacchi all’umanità.

Raccolgo, invece, i frutti acerbi di un’età che non si fida, i rami secchi di ignobili congiure, la  malerba dell’indifferenza difficile da estirpare.

E se anche io non ho avuto la tempra adatta al  clima avverso, ho cercato di proteggere il frutto buono e conservarne la semenza per donarla. Ho atteso che spuntassero germogli nei campi altrui, per godere della gioia del raccolto, non per trattenerne una parte, l’emolumento mi sarebbe stato dato dal sorriso goduto.

Adesso sono stanco e guardo i campi addormentarsi per poi morire, sintesi di chi sta annegando e non sa nuotare, il lasciarsi andare è libertà quando non si hanno ganci nella vita.

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Per te

Diventa un’esigenza adesso, il desiderio di averti, del cuore, dell’anima, del corpo. Continua a leggere

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Così è la vita

Ogni copione che si rispetti, prevede una trama e, minimo un protagonista. Se, ad un certo punto scompare uno dei due, non ha più senso recitare, la trama da se non si tesse e il protagonista senza di essa è come un vagabondo in una landa sconosciuta.
Adesso immaginate un palcoscenico e voi su di esso.
Alle vostre spalle ci sono le quinte, il lato più nascosto allo spettatore.
Davanti c’è la buca con l’orchestra e il suggeritore.

Oltre i fari sapete che è presente il pubblico, pagante o meno che sia, è il vostro pubblico e non potete prescindere dalla sua esistenza, è ciò che da senso all’arte che divulgate. C’è, tra voi ed esso, un filo invisibile che vi lega, uno scambio che è iniziato ancora prima dello spettacolo, quando ha deciso di seguirvi nell’avventura del palcoscenico.
Si apre il sipario, il pubblico applaude sulla fiducia, voi non avete ancora proferito parola, è come aveste firmato una cambiale e adesso vi tocca pagare. Nessuna paura però, se non incasserà la sua parte, niente vi sarà tolto se non la fiducia in voi stessi, niente altro. Ma se succedesse un’altra volta, allora sarete costretti ad abbandonare la vostra arte e dedicarvi ad altro, e questa sarebbe una mostruosa sconfitta, per voi almeno, il pubblico vi dimenticherà presto e troverà un altro sollazzo.

Adesso comincia lo spettacolo.

Conoscete a perfezione il copione, quindi la trama, quindi sapete perfettamente tutto ciò che dovete dire e fare.
Tutto fila liscio fino a quando seguite la trama. Immaginate però che all’improvviso essa sparisca, che nella vostra testa non ve ne sia la minima traccia, mentre le persone davanti a voi, quelle al di la dei riflettori, attendono di essere ricompensate della fiducia che hanno riposto in voi e nel vostro spettacolo.
Siete pronti ad inventarvi un’altra storia abbastanza convincente che sostituisca la prima? Così, su due piedi, sembra una cosa impossibile, ed effettivamente lo è.
Niente trama niente storia, niente storia niente esibizione.
Il pubblico comincerà a fischiare, a lanciarvi ortaggi, a insultarvi ferocemente. Poi andrà via deluso.

Questo vi avrà insegnato almeno due cose:

primo, che ogni storia prevede una trama;

secondo, che se si deludono le aspettative di chi ha riposto in voi una fiducia cieca, questi sarà il vostro peggior nemico.

Così è nella vita.

L’altro anello fondamentale di questa menata che sto raccontando, è il protagonista.
La seconda ipotesi, quindi, è quella in cui a sparire sia proprio quest’ultimo.
Stessa scena, si apre il sipario, il pubblico applaude, l’occhio di bue si accende per illuminare il punto in cui si posizionerà il protagonista, ma… sorpresa, la scena è vuota.
Non che non ci sia la storia, quella va avanti comunque, gli interpreti continuano a recitare, la musica e gli effetti funzionano che è una bomba, gli oggetti si spostano ad hoc, eppure niente ha un senso, non si riesce a capire dove voglia parare la commedia, i lunghi silenzi per l’assenza del protagonista, assumono contorni sempre più inquietanti. Le persone iniziano a borbottare, poi a fischiare, poi ancora a lanciare oggetti all’indirizzo della scena, e a farne le spese, questa volta sono gli interpreti che, bontà loro, non avevano mai recitato meglio in vita loro.
Da questo avete imparato un’altra cosa: il pubblico vuole sia la trama che il protagonista, ha pagato per una storia completa, non sia mai che si debba accontentare.

Così è la vita.

Vi state chiedendo il senso di questa lunga menata?
A dire il vero me lo chiedo anche io.
A pensarci bene, però, un’intuizione l’ho avuta.
In un modo o in un altro, tutto deve svolgersi alla perfezione. Nella vita reale siamo tutti protagonisti, il pubblico è formato da protagonisti e gli interpreti sono protagonisti. Se ne sparisce uno, poco male, nessuno se ne accorgerà, o almeno nessuno avrà la percezione di come e quanto sia cambiata la trama e di conseguenza la storia, perché essa è un continuo divenire.

E se il pubblico fischia?

In teoria un protagonista non potrebbe fischiare se stesso, se accade, però, significa una sola cosa: quegli spettatori non fanno parte della storia, ne sono avulsi, non possono modificarla minimamente, non hanno nessuna potenza o influenza, possono solo fischiare e lanciare ortaggi, magari urlare, ma cambiare la trama proprio no.

C’è tanta gente oggi che fischia e lancia ortaggi, che grida e rivuole i soldi del biglietto…

Così è la vita.

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Il tempo del perdono

Se vi fosse un tempo per il perdono, come quando allo scoccare della mezzanotte gli auguri scoppiettanti si sprigionano come per magia, se vi fosse tale tempo, incornicerei il mio sorriso, congelerei l’attimo e verrei fuori dal mio corpo, così, per guardarmi faccia a faccia con me stesso.
Di fronte a me stesso, poi, sogghignerei, per gioco, come quando ai bambini rubi caramelle per dispetto, così da godere del broncio che fa simpatia, per poi restituirle quando lo svago prende la direzione del serioso.
Mi guarderei di lato e prenderei in giro me stesso per la pancia, siluette divertente di chi l’età comincia a scombinargli cellule e capelli, a strapparne ciocche per tingerle di bianco, a curvare schiena e gambe, a disegnare rughe agli angoli degli occhi, sguardo che ritorna bambino, viso che si cruccia ad alcun motivo, tempo artista che dipinge solchi e pieghe e ci rende molto saggi, l’apparente beatitudine della senescenza.
Se vi fosse questo tempo, amerei perdere tre minuti con me stesso e di perdono abbracciarmi, darmi una pacca sulla spalla e, come mio migliore amico, bere insieme per dimenticare tutti i miei errori.

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Mi consumo

Forse ho dimenticato come si scrive, consumandomi tra le fatiche del quotidiano che spezzano le ossa, frantumano le idee, fracassano ciò che di bello la vita potrebbe concedere.
Mi accorgo di non avere passi, di escludermi dal progetto universale dell’umanità, tirandomi da parte, rannicchiandomi nell’angolo dell’inedia, forbice che taglia in mille pezzi la carta sgualcita di questa esistenza.
Sfibrato dalla contingenza, logorato dalla necessita, lo stomaco pretende attenzione e stringe verso il petto l’angoscia perenne della funesta attesa.
Vorrei di risolutezza essere assalito, combattere con determinazione il mostro della delusione, scambiare, come da bambino le figurine, la frustrazione con la soddisfazione.
Eppure si accartoccia sempre di più questa mia vita, si ripiega su se stessa contorcendosi tra le doglie del parto impossibile della serenità.
E non so gridare.
Dentro l’orrore dei giorni che verranno.
Fuori il sorriso di chi conosce il prossimo evento, circostanza che si indebolisce al solo guardare il cielo che ha dimenticato di essere azzurro.
Nuvole di deleterie assonanze: l’infinito che svanisce.
Mi consumo e consumo il mio corpo se non so da che parte guardare l’Eterno.

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Avremo tempo

Sediamoci.
Avremo tempo per parlare.
Non ci saranno lunghe notti o giornate infami a stancarci, né sole a scaldarci o stelle a ornare il cielo della sera, o luna, o nuvole.
Avremo tempo se vorrai, ho tante cose da chiederti e l’anima disseminata di dubbi, e domande che scorrono continuamente, come titoli di coda di un film  cui manca la parola fine, e rabbia da consumare con la lima della pazienza, in questa eternità  che ci da la possibilità di sederci e parlare.
Sono certo che avrai domande anche tu, per me, come te, impenetrabile possibilità dell’esistenza, scala a cui mancano diversi pioli, se arrampicarsi su nel cielo è tanto faticoso.
Provo a farmi male ma incespico nella volontà di esistere, desiderio che si adombra se la vita non restituisce il giusto.
Ho da dirti che voglio che sia come tu vuoi, e se è così che desideri, ho da chiederti la forza per inerpicarmi per il sentiero della confusione, per dipanare la matassa di questo tormento infinito, per accarezzare l’idea di un attimo di serenità, solo un istante, quello giusto per non confonderla con l’esagerazione della comodità.
Avremo tempo per parlare, e intanto ti chiedo di sederti accanto a me, e aspettare che questo scampolo di esistenza sublimi nella speranza di averti accanto, per un momento, un battito di ciglia che separi il buio precario di questa realtà dalla luce perenne dell’immortalità.

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Dell’amore che manca

Ho visto esseri prendere a pugni i loro migliori amici.
Amici sbugiardarsi a vicenda pur di tenersi stretto il posto.
Posti lasciati vuoti per disillusione.
Disillusioni andare a braccetto con l’altrui esultanza.
Esseri esultare davanti alla sconfitta dell’altro.
Sconfiggere il debole, dentro e fuori queste mura.
Muri che si erigevano di fronte alla pretesa di essere superiori.
Superiori accorgersi di esser diventati inferiori e non ammetterlo. 

Ho ammesso la maldicenza e la malignità.
Ho malignato dentro le mura strette di una taverna.
Taverna che è diventata teatro per l’altrui lotta.
La lotta altrui ho appoggiato e favorito.
I favoriti s’aspettano applausi.
E Gli applausi gli vengono resi e piene mani.
Le mani che stringono al collo chi s’attende amore.
L’amore che manca, in queste sterminate lande che aspettano di travasare realtà in tristi vicende che si inventano la verità.

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