La catapulta dell’odio

Le speranze sono rase al suolo.

Come quei paesi di guerra dove si lascia devastazione e paura, macerie e silenzi rotti dal miagolio dei gatti.

Così l’anima mia.

I fumi dello sterminio si perdono al cielo, la catapulta dell’odio lancia lontano i sassi della discordia per colpire l’Infinito.

E Tu sei l’ancora a cui aggrapparsi per non annegare.

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Scusami

Scusami se ho provato a cambiare di uno iota questo mondo
Scusami se ho creduto che vi potesse essere salvezza al di là del tuo sguardo
Scusami per ogni volta che avrei dovuto voltarmi dall’altro lato e non l’ho fatto, la gente, spesso, ha bisogno di non essere osservata per sentirsi a proprio agio nella perseveranza dell’errore.

E
Perdonami
Per tutte le volte che alzo la voce
Per quando non so gridare
Per il mio immobilismo
Per la frenesia che mi prende quando cerco di essere coerente
Per lo sguardo dolce quando guardo il diverso
Per la cattiveria nei miei occhi se mi contraddicono
Per la mia superbia che non so controllare
Per l’umiltà esagerata di fronte alla mia bravura, che, in fondo, ce lo chiedi tu di fare fruttare i talenti
Per le carezze mancate e per quelle pretese
Per i baci mai dati a chi meritava e quelli sprecati
Per i passi indietro di fronte al pericolo
Per i passi avanti che fanno ferito gli altri.

E guidami
Illuminami
Io attendo ancora la ragione di questa mia esistenza.

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L’attesa dell’assenza

Ma tu, dimmi cosa altro vuoi da me?
Ti sei preso i miei 60 anni, un padre di 50 anni, una madre che tutto meritava tranne la sofferenza dei suoi ultimi giorni, un fratello morto da vivo, una casa, una miriade di amici.
Mi hai offerto tradimenti, spalle girate, povertà e nessun talento se non quello della finzione che tutto vada bene.

E dimmi quanto al chilo li fai quegli stralci di felicità che di tanto in tanto dovrebbero spianarmi la strada verso di te, che in salita, io, non ce la faccio più, che vedo gli altri andare su con motori potenti.

Allora perché non abbandoni l’idea delle pecore smarrite e rivolgi lo sguardo a chi ha obbedito al comando di stare nell’ovile?
Perché mentre tu uscivi a cercare quella bestia persa, io mi allontanavo quatto quatto e tu non te ne accorgevi e io maledivo di non essermi smarrito così da avere la tua attenzione e una tua carezza.

E ora sono qui, nel buio di questa notte ad attendere che la luna mi faccia compagnia e che la paura sublimi un secondo prima di abbandonarmi alla tristezza della tua assenza.

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LIBERATEVI!



E liberatevi dal vostro ego, dalla voglia di apparire, e da quella smisurata di compiacere gli altri.

Liberatevi dalle passioni scadenti, dall’idea che siete i soli salvatori del mondo, gli unici che combattono, gli unici che hanno capito tutto.

Prendete in considerazione, per un attimo, una manciata di secondi, che nulla potete se non in Lui.

E anche se non credete in Dio, avete bisogno dell’intelligenza che regola le leggi di un universo che si regge su se stesso, che non può essersi creato da solo.

E anche se così fosse, avete bisogno dell’azione potente e creativa di esso, che senza non sareste mai esistiti.

Liberatevi dalla convinzione che il vostro desiderio di cambiamento sia quello giusto.

Liberatevi di voi se volete veramente essere liberi.

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L’ossimoro dell’infinito

Quando provi a nuotare in questo mare di vita, quando le attese intorbidiscono l’acqua e l’orizzonte spezza a metà la terra, se il desiderio di volare si appesantisce dell’umana provvisorietà, c’è un Cielo pronto ad accoglierti.


L’eterno attendere dell’Eterno, fino a sempre.


L’Ossimoro dell’infinito.

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Attendo

Ti cammino a fianco da mesi ormai, tra il devastante chiacchierio della gente, nell’imbroglio di questa realtà, in un tempo che scivola sul tuo come lastra trasparente che per capirne la posizione devi guardarne un lato.


E attendo, la fine.


Come quando un pugno infrange il vetro di questa finestra che s’affaccia sulla vita e lascia libero il Vento di soffiarmi dentro l’anima.

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Pentecoste

‘Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete, resteranno non perdonati’.

È così che Cristo crocifigge i discepoli, dandogli la grande responsabilità di giudicare un loro simile, scegliere quali peccati perdonare e quali no, una prova senza precedenti. La prepotenza umana avrebbe preso il sopravvento sulla compassione?

E allora l’uomo ha scelto, si è dato delle regole, gli uomini possono decidere l’inferno per un loro simile condannandolo all’inesistenza, glielo ha chiesto Dio stesso, glielo ha chiesto nel momento stesso in cui predicava l’amore per il prossimo, il perdono dalla lapidazione, quando ha portato con sé il ladrone sulla croce.

Dio si scrolla della responsabilità del suo amore infinito che lo condanna a perdonare in ogni caso…
No, non è proprio così.
Così è come l’hanno pensata gli uomini che in più di duemila anni non sono riusciti a insegnare l’amore e hanno optato per il giudizio inopinabile.

Ci sono peccati che non possono essere perdonati se l’uomo ha deciso, al posto di Dio, di non perdonare.

La triste declinazione di un Dio coniugato dal verbo fallace di un’umanità che sostiene di essere più del padreterno.

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La certezza della fine

Ci sarà, alla fine di questa strada, la redenzione, il senso di questa avventura dai tratti grotteschi e a volte orribili.
E tra le parentesi infinite del dolore, i sorrisi che si affacciano timidi, dove le virgole dei sogni danno una pausa all’affanno dell’esistenza.


Credere nell’infinito è la ragione estrema, il segno che annerisce il foglio bianco della vita e disegna la speranza.
Non so se la carezza di Dio sia il tocco dell’amore oppure uno schiaffo per svegliarci da questo che sembra un incubo senza fine.
Ma qualunque cosa sia, la certezza è quella della fine.


Quando il respiro si unirà allo Spirito, continuerà a soffiare su ogni uomo, senza distinzioni, e accettarlo sarà compito del singolo, non si fermerà per il giudizio di uno o di Dio stesso.


La promessa della salvezza, quella redenzione tanto attesa, si compie ogni volta che lo sguardo di un bambino incrocia quello di un vecchio e ne scaturisce amore, quello puro, quello vero, giacché è l’amore il fine ultimo della creazione.

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Potrei

Potrei fare milioni di passi, migliaia di migliaia di chilometri, consumare scarpe e ginocchia ma non mi muoverei di un passo.


Il circolo vizioso del dolore ritrova un senso nella meta invisibile dell’infinito, un abbraccio di cui abbisogna l’esistenza quando diventa tanto ruvida da graffiare anche l’anima.


Fino alla fine.


Fino a corrompere perfino l’amore.
Fino a che il verme della necessità ti mangia anima e coraggio.
Il banchetto di una vita che si srotola come un tappeto ai piedi della speranza.

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Mamma

Non verrò al cimitero a salutarti, non so nemmeno dove ti hanno messa, ma non ci sei tu in quel posto, adesso sai come la penso.

Ti accompagnai per l’ultima volta dalla tua amata Madonnina, solo io potevo farlo mentre l’ennesima tegola mi cadeva in testa e fracassava quell’ultimo pezzo di speranza che ancora mi restava.

Feci finta di niente, per te che ansimavi nelle impervie salite di Lourdes e in quelle della vita.

Voglio ricordarti così, con quel sorriso sofferente e la negazione di una malattia devastante, voglio ricordare di me che ti ho curata in vita mentre gli altri lo fanno in morte.

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