Mai mi appartenni

“So che ci sono uomini che vengono al mondo per il piacere dell’esistito di farli esistere, per la gioia che procurano a chi non sa riconoscere i segni. Vengono dal “non tempo”, quella parte dell’esistenza sconosciuta, ignota e anonima. Vengono dal nulla che è il tutto, perché il nulla e il tutto si sfiorano nel loro contenere le infinitesimali particelle dell’esistenza, perché il vuoto e il pieno sono il senso della stessa ragione, perché il nero e il bianco sussistono grazie ad una mutua e reciproca assistenza, perché il mondo, per trovarsi, deve sfiorare il suo “non mondo”.

E’ nella scelta della propria esistenza che si compiono i grandi uomini e più questa scelta è perigliosa, tanto più hanno la gloria del creato; tanto più inseguono il dolore, tanto più grande è la riconoscenza del tutto cui appartengono.

Ma io fui acqua raccolta nel recipiente dell’umanità, seguii il suo volermi come sono, mi plasmai, mi trasformai, mi trasfigurai affinché vedessero in me quello che si aspettavano io fossi. Mai volli disilluderli e per questo non mi appartenni mai”.

Estratto II (ultimo forse…)

[...] Paziente come un ragno che tesse la tela, la malattia, lenta e ottusa, aveva ordito trame fitte e ordinate, tasselli di una costruzione solida su cui ergere la stele della sua vittoria.
Gocce di vita, deliranti globi di incertezze, cadevano intorno a noi. Caldi aliti scendevano esausti dal cielo della presunzione, delle certezze, della convinzione che si insinua negli anfratti dell’esistenza, quella di sperare nell’eternità della carne.
Perché la morte sembra non esistere fino a quando, triturati dal dolore, posseduti dai demoni della presunzione, ingannati dallo scorrere del tempo, non ci convinciamo che siamo poco meno che brandelli di presenza, che terminiamo dove inizia ciò che ci è impossibile riconoscere.
Solo allora abbiamo il convincimento che non siamo esistiti se non per mezzo dell’altro, solo quando l’ultimo “tac” dell’orologio fa scoccare l’ora della sublimazione, ci impadroniamo della vita e tutto assume significato. Insomma, solo la morte da significato all’esistenza. Quella fetta di eternità, che ci è stata data e di cui non riusciamo a riconoscere l’essenza, diventa reale solo un attimo prima di perderla.
Chi resta continua a sperimentare l’illusione, l’inganno della mente, la solitudine in un mondo troppo affollato dalle deiezioni dell’eternità.
Rimane la convinzione che ci sarà altro, che ciò che è la pattumiera dell’universo, possa diventare, una volta bonificata, il giardino dove fioriscono seducenti orchidee, selvagge cardamine, odorosi roseti.
E continuiamo a camminare. Seguiamo i sentieri che conducono all’orizzonte che nasconde il sole. Aneliamo alla fonte che disseta le incertezze e inebria i sensi del suo incantevole profumo. [...]

Alfonso Mormile

Estratto

[...]
andai nella stanza che fu mia, quella del bambino timido, quella delle paure, delle attese e dei sogni.
C’ero ancora in quella stanza, mi vedevo giocare a pallone e sentivo la voce di mio padre che gridava: “Troppo rumore, i vicini si lamentano”. Smettevo, ma solo per un attimo, era troppo forte la tentazione di far rimbalzare il pallone al ritmo della musica; sognavo di diventare un grande calciatore.
Ancora piccolo, quando non si ha il senso della prospettiva e si disegnano uomini con una gamba più corta dell’altra, con la faccia rossa e un fiore ai piedi con il gambo blu, quando una porta è più piccola di chi vi deve entrare. Sentivo la voce di mia nonna: “Devi essere buono per andare in paradiso”. Avevo smesso di crederci quando pregavo Gesù per quelle macchie di inchiostro nelle tasche, per la penna rotta, per la cartella troppo pesante da portare, perché mi evitasse la punizione di mio padre.
Quando cinque dita della mano erano poche per contare fino a cinque e ricontavo, per essere certo di non aver sbagliato.
Mi pareva impossibile essere stato anche io un bambino.
[...]

Questo importa…

Sarò un atomo, o tanti.
Diverrò guerriero o disertore,
eroico o infame,
peccatore o santo.

Sarò un viaggiatore eterno
o un eterno sedentario,
diverrò cieco che guida altri ciechi,
insegnante ignorante
o illetterato vagabondo,
ma non importa.

Sarò un atomo, o tanti
terra feconda o deserto arido,
diverrò sentiero per altre anime
o perdizione per altri respiri,
sarò quello che ho voluto essere
ma non importa.

Sarò anima che ha un posto
nell’immenso
e questo importa.

Desideri

Voglio essere per l’altro dono infinito. Svuotarmi della mia essenza e avere la capacità di riempirlo della mia sostanza, del mio essere, del mio credo. Voglio limiti illimitati, che si fermino dove comincia il punto estremo dell’amore, che abbiano anima che si trasfiguri in ciò che c’è di più bello nel creato, che posseggano l’infinita saggezza di un filo d’erba, l’estremo fascino di una goccia d’acqua, il sommo entusiasmo per la vita di un allodola a primavera.
Voglio pazienza e arrendevolezza nell’attesa, gratitudine e ringraziamento per essa. Voglio sorrisi sereni che accompagnino il mio cammino, sconosciute risonanze che facciano del mio vagare un pellegrinaggio verso l’eternità, voglio i passi giusti e la giusta ricompensa per il mio viaggiare nelle anime.

Voglio essere l’ultimo granello di sabbia che aspetta paziente di passare dall’altra parte della clessidra.

L’ultimo pezzo di pane

Quando si trattò di dividere la speranza, tutto filò liscio. Poi venne il tempo della fame e iniziarono le contese. Il sole aveva spento gli ultimi bagliori e il mare appariva scuro e rumoroso. Geko si era disteso in un prato e aspettava di essere sanato dalla pioggia che non scendeva da mesi, un inutile tentativo di preghiera aveva per un attimo sussurrato l’incomprensione all’infinito, dissonanti note si udivano venire da lontano, dove la lotta aveva già assunto i contorni della guerra.
Guardavo il chiaroscuro dei suoi occhi, profonde lacerazioni dell’anima si scorgevano quando il guizzo di un lampione illuminava per qualche attimo il suo viso.
-Volevi donarmi questo mondo. – mi disse volgendo lo sguardo a sud, per salutare l’ultima impennata di un delfino innamorato.
-Non sapevo che sarebbe finita in questo modo. Ho provato a inventare nuove parole, ho criticato l’indifferenza degli uomini, la mia e la tua, quella che nasce dall’abbondanza e dalla sazietà. Ho costruito viali di verità su cui tu potessi camminare. Ma ho dimenticato…
-Hai dimenticato che il possesso nasce dall’imperfezione. Noi siamo insufficienti, una parte difettosa della perfezione, una carenza del Creatore.
-Siamo perfezione perfettibile.
-Pensiero che crea.
-Universi che s’incontrano.
-Dolore e letizia.
-Desiderio e passione.
-Supplizio e godimento.
-Voglio donarti tutto questo, il bianco e il nero.
-Il positivo e il negativo.
-L’imperfetta perfezione.
-Il cielo e gli inferi.
-Voglio offrirti questa mia vita.
-Non puoi offrirmi ciò che non t’appartiene.

Dividemmo l’ultimo pezzo di pane. Domani avremmo cominciato a combattere anche noi, fra di noi.

Corrispondenza

Mi chiamo Ibrahim, sono senegalese e ho otto anni. Il mio papà non è a casa in questo momento. Lui si sveglia ogni giorno presto, quando il sole ancora non accende le sue luci, e va al lavoro. Fa il pescatore il mio papà.
Mia mamma resta tutto il giorno a lavorare nei campi e ha poco tempo per restare con me, dice che se perde tempo ad accudirmi poi non possiamo mangiare.
Da noi è tutto diverso. Ad esempio, le case non sono come da voi. Noi le costruiamo con i bambù intrecciati e con la terra. Non abbiamo la televisione e nemmeno i giochini elettronici come quelli delle foto che mi hai inviato, ma non mi mancano, forse perché non ne ho mai posseduti: non può mancarci ciò che non si è mai avuto.
Papà avrebbe voluto un’altra moglie, ma non gli è stato possibile perché è troppo povero. Dice che tutto il pesce che pesca non serve a sfamare i senegalesi, ma viene dato a voi occidentali  perché dobbiamo pagare i debiti che abbiamo contratto con le vostre banche.
A me piacerebbe venire un giorno da te. Mi piacerebbe andare allo stadio a vedere i calciatori giocare a pallone, come quelli che a volte vedo sui fogli di giornale con cui mio padre incarta i pochi pesci che porta a casa.
Poi sarebbe bello stringerti la mano, come fanno gli uomini grandi.
Così farò: un giorno mi vedrai scendere da un grande aereoplano e correrti incontro con la mano tesa. Non ho foto da mandarti, ma mi hanno detto che se guardi su internet ne troverai tante di bambini del Senegal che mi assomigliano, dicono che gli occidentali ci vedono tutti uguali.

Adesso devo salutarti, mia mamma mi chiama, ha bisogno di aiuto.

 

Con affetto, Ibrahim.

Sabato sera

Bisognava affrettarsi, il tempo correva veloce, tra poco avrebbe udito il rombo del motore e lo strombazzare del clacson, lui sarebbe arrivato e se non  fosse stata  pronta, l’avrebbe annoiata per tutta la serata con quella fissa della puntualità.
Un trucco leggero e una pettinata veloce, lo spray colorato, giusto una ciocca, quella davanti, il gel avrebbe completato il lavoro.
Accadeva sempre così, il sabato sera, quel benedetto giorno che pareva non volesse mai spegnere il sole per accogliere la notte: “Perché è di notte che si vive”.
Giusto il tempo per una smorfia allo specchio poi, veloce per le scale, non prima di aver salutato i genitori: “Ciao mamma, ciao papà, io vado”.
“Ricordi quando tutto questo non era possibile?”
“Si, un sacco di storie per una innocente evasione”.
Il parcheggio era già quasi pieno, i lampioni dalla luce arancione lo facevano apparire come un simulacro di ferraglia, mentre le carrozzerie scintillanti, tirate a lucido per l’occasione, rendevano il paesaggio meno spettrale di quello che realmente era.
All’ingresso un cartello a caratteri cubitali recitava: “Vietato l’ingresso ai minorenni”.
All’interno, subito dopo la “sala della fila”, dove si lasciavano le generalità e si ritirava un numero per il turno, un ampio salone con al centro un totem che sfiorava l’alto soffitto azzurro, tutto intorno stanzette con tende di velluto rosso alle porte, per assicurare la privacy, massimo tre persone per ognuna. Una proiezione olografica scriveva sulle quattro mura: “Vietato Fumare”. Immagina cosa sarebbe successo se ognuno dei quattrocento avventori avesse acceso una sigaretta.
“Dai, chiama il nostro numero”.
“Non essere impaziente, piccola, dobbiamo aspettare ancora cinquanta persone. Te lo avevo detto di fare presto!”
“Domani compio gli anni, divento più vecchia”.
“A dodici anni non puoi dire di essere vecchia”.
Sorrisero e si presero per mano mentre sorseggiavano un brandy offerto dalla casa.
Alle tre del mattino erano ormai sfiniti, la strada per tornare sembrava non terminare mai.
“Questa volta mi ha fatto un po’ male il braccio, non ha preso subito la vena”.
“Pensa che una volta tutto questo non era possibile, non si era liberi nemmeno di drogarsi e si diventava maggiorenni a diciotto anni, che noia!”

Uomini e non più uomini

E mi imprigiono tra pensieri e idee
tra speranza e disperazione.
Cammino tra le macerie di questo mondo
e divento maceria
rovina
frantumi di certezze
frammenti di urla gettate al vento.

E vinco la monotonia
giocando ad essere
istinto
amore
indescrivibile saggezza.

E mi imprigiono tra la noia e l’inesistenza
tra la monotonia e l’allegria.
Resto sospeso e attendo.
Verrà un cielo nuovo
ci sarà una nuova terra.
Forse vivremo tra gli spasimi della negligenza
e la tranquillità delle certezze.

Uomini e non più uomini
dei che posseggono l’eternità
promessa divenuta realtà
e saremo Uomini e non più uomini.

La vita è come il maiale

“Questa volta ci riesco”.
La conta delle volte che l’ho detto si perde dentro lo specchio in cui si riflette l’immagine di un uomo stanco. Rughe profonde appaiono sulla mia fronte e sembrano affondare nella testa, a disegnare il triste calvario di un’esistenza vissuta sempre sul filo del rasoio, non come quello che uso per radermi, ma come quello che una volta Giovanni, il vecchio barbiere che mi tagliava i capelli quando ero ragazzo, affilava su una striscia di cuoio. Una gestualità imparata a memoria, perfetta nelle movenze e sicura del risultato.
Detesto l’incedere lento, il sorseggiare un buon bicchiere di vino, tenere in tasca le mentine per succhiarne una ogni tanto. Io vado di fretta, consumo piaceri e dolori in un attimo, quasi che la vita potesse non concedermi altro tempo. Forse è per lo stesso motivo che ho smesso di andare da Giovanni, le ore perse in fila apparivano come fogli di carta buttati via senza averci scritto niente, l’inutile esibizione del nulla, prestazione di manodopera a cottimo.
E se dimeticassi il passato e rincorressi moderni sogni di agiato benessere, se parlassi agli dei anzichè con Dio come ho sempre fatto? Varrebbe la pena escludere una parte dell’esistenza, fischiare il fallo e tirare fuori il cartellino rosso per espellere la pessima abitudine?
Dimenticare…
disperdere…
liberarsi del peso di un’inutile resa.

No, no! La vita è come il maiale, niente deve essere buttato via, nemmeno questo mio disperato piacere, questo attentato alla mia perfezione, questa  ingratitudine verso la buona salute.
E questo mio proposito?
Perché perdere tempo in inutili sforzi quando l’esistenza scivola via come se ti avessero unto, fingendo di dover lubrificare gli ingranaggi della realtà, mentre l’olio che ti hanno versato addosso non è altro che la risulta di un motore logoro?
Allora aspiro…
Inspiro…
Un’altra sigaretta, prima del prossimo: “Questa volta ci riesco”.