Pietre

Fu quella volta che dovetti lasciare un amico, ricordo benissimo. Il sole spaccava le pietre che se ne stavano docilmente adagiate sulla riva del mare, pietre cadute dalla scogliera, pietre che non avevano storie da raccontare se non di essere appartenute a un pezzo di eternità.

“Crick, crack”, sembrava una musica scritta per essere ascoltata da un sordo, vibrazioni che soltanto il genio vano di un artista idiota avrebbe potuto immaginare. Eppure assumevano tonalità che sembravano fatte apposta per rilassare mente e corpo, come se lo scricchiolio riguardasse il mio intimo, le più profonde sensazioni, quella parte creativa che ogni uomo porta dentro di se senza esserne consapevole. Insomma, la parte delicata della vita, il concetto estremo dell’attenzione al creato, la sintesi stessa dell’esistenza.

“E’ caduto, non so come” – dissi quando un folto gruppo di persone, attirate dalle urla di qualche presente, fece capannello intorno a me.

Fui spintonato, qualcuno mi stava schiaffeggiando, altri urlavano parole che non riuscivo a comprendere.

“Ma non sentite il “crick”? Ma non sentite il “crack”?”

“Bestie! Ma vi pare che io possa averlo spinto?”.

“Assassino? No, no. Voi avete frainteso il senso della sinfonia”.

Disegnai un sorriso sulle labbra, agitai le braccia al cielo, corsi verso le pietre e mi chinai. Ne raccolsi una, la più bella, quella più intonata.

“Sono state loro a dirci di smettere di sognare”. – dissi mostrandola a tutti.

“Il mio amico l’ho dovuto lasciare, aveva compreso che il senso della vita era dare un senso alla morte”.

“Perché dovrei seguirvi brigadiere? Ho in tasca ancora molti sogni e tanti amici da dover lasciare”.

Il sole si nascose dietro una nuvola e le pietre smisero di cantare. Mi accorsi del deserto intorno a me solo quando le prime gocce calde cominciarono a cadere sulle guance.

Oggi sono ritornato nello stesso posto e le pietre sono mute. Ho deciso di lasciare l’ultimo amico che mi rimane. Il volo mi attende, lascio ai sassi la mia memoria e al sole la mia fredda pazzia.

Quando sentirete il crick e il crack delle pietre sulla spiaggia, sono io che vi mostro la parte più viva di questa creazione, l’unica che non potrà mai fare del male a nessuno, la sola che non avrà mai pensieri cattivi verso un suo simile, l’irripetibile perfezione del cosmo, l’irraggiungibile realizzazione della solidarietà massima, il divenire che si fa presente nel suo canto quando il sole le spacca e una sinfonia d’amore si sprigiona dal loro cuore, inesistente ma immacolato.

Sarà una di loro, la più grande, la più bella, a sacrificarsi insieme a me per dare un senso alla mia morte.

7 Risposte

  1. se tutti i giorni buttassimo a mare una pietra non ci sarebbe più la costa, poi dovremmo man mano distruggere le montagne per avere le pietre da buttare a mare, ma allora il mare diventerebbe montagna e la montagna, ormai ridotta a pianura, si allagherebbe…anche la singola pietra, così fastidiosa quando vuoi coricarti al sole, può essere utile per sostenere qualcosa di importante

  2. Eppure le pietre sono le uniche che non tradiranno mai…

  3. Mi piace molto come scrivi. Bravo!

  4. Grazie Maria.

  5. l’immagine evocata dalle pietre mi porta al cimitero ebraico di Gerusalemme nella Valle di Josafat dove è uso non lasciare fiori sulle lapidi ma sassi a simboleggiare il ricordo imperituro come quelle pietre. l’immagine di quei sassi è fisso nei miei occhi e il loro peso è fisso sul mio cuore.

  6. “Un sasso per Danny Fisher” di Harold Robbins… un capolavoro. Ti consiglio di leggerlo.

  7. ma va va

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