Avrei bisogno…

Avrei bisogno di sogni, e di speranze, e di strette di mano.
Avrei bisogno di quel sorriso che s’è stampato nella mia mente un pomeriggio afoso d’estate. L’andare e il ritornare, una due, cento volte. Accogliere a man ferma i dolori e sfiorare di nuovo le vibrazioni di un canto.
Avrei bisogno di tranquillo vivere e di sonno sereno, di sensazioni consistenti e piedi piantati sulla terra.
E invece mi sfugge, questa realtà, e il suo chinarsi agli eventi con doloroso asservimento, schiava del suo stesso esistere.
Avrei bisogno di gambe forti per poter giungere alla meta, di braccia possenti che m’aiutino ad arrampicarmi sulle scoscese intemperanze della vita, di occhi capaci di vedere oltre l’istante che pietrifica le aspettative, quell’attimo che cementifica qualunque minuto futuro, fino a farlo diventare duro rigetto, e rabbia, e disappunto, ira incapace di andare oltre il mio corpo, incoerente con la sua stessa natura, stizza che martella se stessa e diventa veleno.

Si ha bisogno di sogni, e di speranze, e di strette di mano per poter ingannare questa illusione e trasfigurare la sua essenza in realtà.

Vecchi

C’era un vecchietto ricoverato nella barella di fianco a quella di mio nipote. Il vecchio (anche lui) ospedale non è molto ospitale, facile il gioco di parole. C’era un giovane vicino a lui, voleva darsi il cambio con lo zio, ma l’anziano non voleva ragioni, doveva restare il nipote a fargli compagnia. “Torno subito” – gli è stato detto, ma non c’è stato modo di convincerlo.
Di fronte un’altra signora anziana, in piedi vicino alla barella (ci sono solo barelle sparse in tutti i corridoi, i medici fanno quello che possono), mi chiede se posso darle una mano a risalire sulla barella, vedo penzolare il catetere pieno di urina, per un attimo mi faccio prendere dal panico, cerco un infermiere ma sono impegnati con casi più gravi. Prendo la vecchina per la mano, le sorrido, la sistemo sulla barella e lei mi ringrazia. Mi torna in mente una cosa che scrissi tempo fa e ve la voglio donare.

Vecchio.

Cosa potrei dire adesso. Ho il cuore in panne, la testa che nemmeno sembra la mia. Attraverso dimensioni non usuali, graffio il mio vissuto come un muro da scavalcare, osservo distante il fluire degli eventi e cerco di afferrare particolari che prima non notavo.
Il mio corpo è una carcassa simile a quelle vecchie automobili che il tempo ha divorato sfigurandole con ferite rugginose, la mia pelle è come vernice abrasa dal vento e dalla pioggia, i miei occhi fari spenti nella notte.
La mia anima?
Schiuma che sovrasta onde che si infrangono sugli scogli del tempo, come quelle che vedemmo il giorno del nostro primo incontro, da quella terrazza che sfidava il vuoto e s’affacciava sul mare inquieto di Positano.
Non ho parole e non dispero.
Nella vita di me ha parlato solo il cuore, ha abbondato d’amore come le parole per i poeti e gli scrittori.
Il mio sguardo si è posato sulle stelle infinite del firmamento e sugli esili fili d’erba che d’estate si accostano alle spighe di grano maturate dal sole. Ho guardato l’orgoglio dei vittoriosi e il pianto sommesso di chi perde. Il mondo ha uno spazio per tutti e vinti e vincitori posseggono lo stesso cielo.
Ho infranto le illusioni come specchi che riflettono vite ruvide che non sanno arrendersi all’amore.
Sono stato combattente fiero e sdegnoso capitano. Buono e cattivo, perfido e onesto. Sono stato un uomo.
Le rughe che affondano nella mia pelle trovano riflesso in quelle della mia anima e le mani tremanti altro non sono che vibrazioni donate dal tempo che ho vissuto.
Non chiamatemi vecchio, sono stato anche io quello che voi siete. Ho amato divertirmi, ho sentito mani di donna accarezzare il mio corpo, ho desiderato partire e ritornare.
Non sono vecchio. Sono un uomo che sta per diventare eterno, che ha occupato un posto in questo mondo, ha diviso e condiviso altri spazi, ho preso in prestito un attimo di questa umanità e l’ha vissuto come meglio poteva e credeva.
Quel tempo resterà mio per sempre come la donna che in questo momento mi stringe la mano e mi accompagna alle porte della prossima esistenza.

La magia dell’esistenza

A volte, per caso o perché lo vogliamo, incrociamo le nostre esistenze con altre presenze, luoghi e avvenimenti che ci sembravano scartati dalla normalità che abbiamo sempre vissuto. Avvenimenti, scoperte, rivelazioni che modificano radicalmente la nostra vita, il nostro cammino interiore e le aspettative reali.

Allora, quello che fino a quel momento avevamo percepito come l’insolito diviene vero e viene vissuto come personale evento, come circostanza rara che non si concilia con il reale, un segreto da conservare gelosamente per evitare che l’altro, l’alieno, il diverso da noi, se ne appropri e gratti via quel velo di magia che solo noi riusciamo a riconoscere.

L’esistenza è fatta di tanti strati, ogni strato nasconde una parte di verità, custodisce un enorme carico di gioie e sofferenze, integra ragione e sentimento. E’ somma suprema del vissuto consapevole e del non consumato perché nascosto negli spazi infinitesimali che si formano tra tali falde, lamine che a tratti scivolano su di esse e lasciano scoperta la loro faccia vera, la espongono spietatamente al sole della vita, dove viene consunta e ridotta a sterile apparenza.

Ma quando si sperimenta l’essenza vera dell’esistere, le circostanze che ci guidano verso la verità, la sussistenza di un progetto superiore e ordinato, quando il cuore cammina ad un passo davanti a noi e l’anima riconosce il suo divenire, possiamo dire che nessun sfaldamento, nessuna apparente distruzione, nessun sole sarà mai in grado di consumare l’esistenza e ridurla a semplice apparenza, a prato incolto dove possono fiorire solo spine; nessuna muffa saprà insinuarsi negli anfratti dell’esistere fino a quando sapremo riconoscere un ordine supremo, fino a quando atomi sapranno unirsi ad altri atomi armonicamente, vita che genera vita, compostezza che genera consonanze perfette.

E’ così che si sfugge alla normalità o, almeno, alla normalizzazione, a quella sorte di appiattimento a cui si è soggetti quando la vita sembra vissuta in anticipo, quando il domani è sintesi dell’odierno e le speranze lasciano spazio vitale alle illusioni.

Si fugge dalla normalità quando quello che riteniamo magico diviene disposizione alla perfezione e quando incontriamo altre anime che legano la loro essenza alla nostra, quando sappiamo scavare nicchie nel nostro spazio temporale e impariamo ad abitarci, a rifugiarsi in esse ogni qualvolta il mondo aggredisce la nostra evoluzione o la nostra santificazione.

In questi piccoli spazi ritroveremo la nostra sete di perfezione, quella promessa, senza bisogno di andare lontani dai luoghi che abitiamo, cercando l’estasi che è ottenibile da ogni persona che vuole sperimentare la somiglianza all’Infinito. Un’estasi che si verifica ogni volta che osserviamo il banale che riempie il tempo della nostra esistenza, un’estasi facile, immediata, fresca come acqua di fonte, un’estasi ordinaria e, proprio per questo possibile. Una condizione che trasporta l’anima verso il cielo e ci fa osservare le cose dall’alto, ce le fa apparire realizzabili, possibili, vicine al nostro essere, distanti dal non esistere.

La sera

S’accendono luci.
La sera, quando le vite e i cuori sono pieni delle storie del giorno. Fievoli chiarori nel buio anestetico delle anime, di vetri appannati da aliti amanti, o dalle zuppe calde che attendono muratori stanchi e sbiaditi impresari, riverberi di ore assetate di riposo e di strette di mano già dimenticate.
Fruscii di foglie mosse dal vento o da randagi realtà, piscio di erranti presenze senza soldo che svuotano vesciche e memoria in angoli che non si illuminano se non con il lampo di un senno perduto.
Ritorni che non ci saranno (occhi sbarrati),
brevi riflessi di gioie e sorrisi (gli abbracci),
bambini attoniti che mirano il bagliore della luna (il futuro),
spranghe e usci sprangati, violenza e paura, tirannia e mestizia (l’angoscia),
visi di vinti, visi di vincitori, visi di arresi, visi, niente altro che visi (questo è l’uomo).
S’accendono luci, e l’odore nero del buio confonde il l’effluvio di seducenti pensieri, e lava, e copre, ammanta di scuro e scolora crucci e rimorsi.
La sera, che a volerla pensare bisognerebbe spegnere il firmamento.

…non è un concorso.

L’associazione P.O.E promuove: “Un E-Book per un  Natale diverso”.

“Giovanni aveva un desiderio da soddisfare, uno solo: poter camminare a piedi scalzi sulla sabbia della battigia.
Aveva tante volte guardato il mare da lontano, qualche suo amico si era prodigato nello sforzo di spingere lui e la carrozzella, sulla quale era immobile da anni, ma non conosceva la sensazione che i minuscoli granelli di sabbia procurano quando entrano tra le dita dei piedi…
Quel Natale però…”.

Storie di ordinario disagio, quando il Natale è vissuto lontano dalla presunta normalità dell’altro, quando anche riuscire a costruire un piccolo presepe elargisce un pizzico di allegria, quando non è il danaro a dare la felicità e quando Babbo Natale non porta i doni a tutti i bambini.

Storie che annaspano sulla salita ripida del consumismo e si fermano davanti allo squallore di un albero troppo alto per appendervi l’angelo sulla cima.
 Potete inviare i vostri racconti direttamente nel sito P.O.E.  oppure all’indirizzo di posta elettronica - associazione.poe@gmali.com - entro il 10/12/2009. I migliori racconti saranno raccolti in un E-Book e, a richiesta degli autori, potrà essere realizzata una pubblicazione cartacea.

www.narrativaonline.it

Preghiera

Ti immagino mentre stai accoccolato, lassù, tra le nuvole. Paziente, in attesa, a guardare il nostro fare, il contendere, i litigi e gli abbracci. Come io quando i figli tornano tardi, e mi preoccupo, e sciorino orridi pensieri, e aspetto.
E Tu sorridi, scuoti la testa, aggrotti la fronte e ancora sorridi.
Ti immagino a calcolare il tempo, a fare la conta dei minuti che ci separano dall’eternità, da Te.
Dedichi tempo al tempo, e a volte t’incupisci a vederci mentre affoghiamo la nostra umanità in un lago di incoerenza.
Siamo figli, sbagliamo, ci arrabbiamo quando la vita diviene una lusinga e la storia sembra non avere un senso, abbiamo passi stanchi e percorsi veloci, ironiche risate e pianti isterici.
Siamo figli che cadono e aspettano che il padre li consoli, siamo il frutto di Te, madre, che ci hai partorito con amore.
Siamo l’attesa che si compie nel dolore di un figlio morto, il fardello di un divenire prossimo, la delizia, la dolcezza.
Ti immagino così, Madre, Figlio e Spirito, accoccolata lassù, tra le nuvole, in attesa.

L’altro blog

Il libero cazzeggio di un Napoletano

Ultimo post inserito: Lezione diciannovesima (Non è vero ma ci credo)

Lei vince sempre

Nemmeno ricordo come sia cominciata questa storia. Ricordo, però, che non era più tardi di pochi giorni fa, che il sole aveva illuminato la mattina ma che verso le quindici si era nascosto dietro a grandi nuvoloni neri.
Sarà stata quell’aria particolare, il venticello continuo e caldo, la leggera pioggerellina che sembrava un velo steso davanti agli occhi, quei maledetti tergicristalli che avrei dovuto cambiare da sempre, fatto sta che mi ci ritrovai dentro senza nemmeno accorgermene.
S’infilò subdola dentro di me, raccolse le mie forze e ne fece brandelli, sprigionò l’irruenza della sua fresca età, frappose un muro tra me e la mia capacità di controllare i gesti.
E mi fece male sapere di non avere difese, lei mi aveva preso e io ero restato a guardare, come fanno i bambini davanti a grappoli di palloncini colorati, come un fesso in poche parole. Continua a leggere…

E’ carta straccia

E’ carta straccia quando scrivo di me. E sfugge la comprensione dell’essere, il difendere l’assoluto come un cucciolo impaurito. Girare per il mondo e sapere di essere fermi a scartare i regali dell’ipocrisia, dalla tua, della mia, di chi cammina e cerca di comprendere i miei stessi passi.
No, non voglio essere criptico, mi basta di sapere che gli altri siano convinti della mia sincerità, che mai è venuta meno, e che anche nella tempesta infinita di questa esistenza, ha trovato un posto nello scrigno delle percezioni certe, dentro la mia anima, nel mio cuore, nell’assetata speranza di giorni migliori.

E’ carta straccia quando provo a spiegare le ragioni delle debolezze umane, dell’incedere lento di amori e delusioni, delle occasioni mancate e delle gioie vissute.
Ho piedi e mani, occhi e orecchi, annuso il tentativo dell’infinito e rigetto la dimenticanza dell’essere.
Scolpisco stratagemmi che possano portarmi dove gli altri arrivano facilmente, dipingo i quadri della ragione per poter ammirare l’estrema bellezza di questo universo, mentre il mondo assume contorni sfumati e sfrangiati dalle illusioni del prossimo minuto.

E’ carta straccia se provo a raccontare di chi si affligge per l’altrui sofferenza.

Update: nuovo post su diventare napoletani

Due riflessioni…

… o una con l’introduzione.

Ho un brutto vizio, non do’ per ricevere e non voglio ricevere per dare.
Tra i miei parenti oramai serpeggia la voce che io non sia umano, o che non sia un parente, oppure che quando ero piccolo ho subito un brutto trauma, in quanto non è normale che non si possa chiedere nulla in cambio quando si dona.
Le cose non stanno proprio così, il fatto è che a me piace donare spontaneamente e ricevere senza chiedere.
Facendo di conto, ad un certo punto, ho capito che quando i parenti mi invitavano a un matrimonio o una qualsiasi altra festa, lo facevano per avere in cambio il regalo che mi avevano fatto quando mi ero sposato io e così, a un certo punto ho iniziato a dire, pari pari, quella che avevo nella testa: “Ci avete rotto i coglioni con il vostro falso piacere di avermi alle feste”. Qualcuno ha gridato allo scandalo, qualcun altro ha sorriso e ha detto che avevo le palle, pochi hanno accettato questa mia diversità e hanno continuato ad avere un rapporto di amicizia con il sottoscritto.
Con il passare del tempo ho capito che era possibile applicare questo atteggiamento non solo con i parenti ma anche con gli amici, reali o virtuali.
Certo, mi fa piacere ricevere delle visite nel blog, e mi fa altrettanto piacere ricambiarle. Ma quando tutto ciò diventa un obbligo mi viene voglia di ripetere…

Il caso Marrazzo ha scosso le coscienze (?). Mi chiedo se si possa ancora parlare di coscienza e in che termini. Ciò che ci rende coscienti è la capacità di argomentare criticamente gli avvenimenti ed essere “presenti” alla realtà.
Si ha coscienza quando si cerca per far passare per buona ogni cosa di cui l’essere umano è capace? Non ne sono sicuro.
L’uomo in potenza è capace di tutto, di ogni bene e ogni male, è altresì capace di far passare per buono anche tutto ciò che sarebbe “moralmente” deprecabile. Ammesso che la morale sia qualcosa di soggettivo, mi chiedo come mai quella “storica” perda di significato ogni volta che si mette a confronto la libertà con il libero arbitrio. Per dirla breve: Marrazzo era libero di andare con il trans e, contemporaneamente, non libero di vivere come meglio credeva; potenza dei media.
Il crocifisso in classe offende, quindi va tolto, però si può tranquillamente bestemmiare che tanto non è più offesa, si possono mostrare le tette in televisione, si possono mandare bambini in guerra o farli diventare soldati, e ammazzarli ingerendo una pillola e, non in ultima analisi, si può permettere che il termine “trans” sia adottato per specificare un genere da rivalutare in quanto compie un esercizio utile alla società, e guai a parlarne male. Tutto questo sotto i nostri occhi che non riescono a vedere oltre il “Marrazzo” di turno e fino alla prossima scopata di Berlusconi.