E ricopio paginette

E’ tanto che non scrivo, le parole sembrano essere imprigionate, agili delfini arenati sulla sabbia, intrappolati nella rete di placidi pescatori, luce di lampara in affannata lotta con il buio.
La penna annaspa quando le idee devono trovare la via d’uscita dal labirinto della mente, come se la destrezza venisse svilita dalle maglie strette dei pensieri e, scivolando come serpe, sbattessero continuamente la testa contro il muro della necessità.
Anche in questo momento fatico.
Eppure ho tutto chiaro, vocali, parole e consonanti. Tutto ha senso solo dentro di me, e mi sento guardiano di me stesso, sentinella che tiene ben chiuso l’accesso con l’esterno, un fare macchinoso teso a bugiardi pretesti.
Vorrei scrivere di me, del mondo, di politica o di vita, ho tutto chiaro in mente.
Ecco, mi fermo in cerca di parole, spremo il cervello come un agrume secco, e il poco succo che ne esce è senza consistenza, come se il tempo, guerriero senza pietà, avesse preso per se il meglio e l’avesse fatto evaporare al sole cocente dell’esistenza.
Riprovo, poco alla volta, goccia a goccia, sillaba a sillaba, come un bambino che deve imparare.
E ricopio paginette.
Non ho tempo, non ho voglia.
Rimando, ancora una volta, i compiti a domani.

Il tempo del perdono

Se vi fosse un tempo per il perdono, come quando allo scoccare della mezzanotte gli auguri scoppiettanti si sprigionano come per magia, se vi fosse tale tempo, incornicerei il mio sorriso, congelerei l’attimo e verrei fuori dal mio corpo, così, per guardarmi faccia a faccia con me stesso.
Di fronte a me stesso, poi, sogghignerei, per gioco, come quando ai bambini rubi caramelle per dispetto, così da godere del broncio che fa simpatia, per poi restituirle quando lo svago prende la direzione del serioso.
Mi guarderei di lato e prenderei in giro me stesso per la pancia, siluette divertente di chi l’età comincia a scombinargli cellule e capelli, a strapparne ciocche per tingerle di bianco, a curvare schiena e gambe, a disegnare rughe agli angoli degli occhi, sguardo che ritorna bambino, viso che si cruccia ad alcun motivo, tempo artista che dipinge solchi e pieghe e ci rende molto saggi, l’apparente beatitudine della senescenza.
Se vi fosse questo tempo, amerei perdere tre minuti con me stesso e di perdono abbracciarmi, darmi una pacca sulla spalla e, come mio migliore amico, bere insieme per dimenticare tutti i miei errori.

Scaritate, scaricate, scaricate, e portatelo con voi.

2011 in review

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Sette, il nuovo ebook

Come la nebbia

Capii che era giunto il momento quando percepii l’attimo in cui la coesione cominciò a dissolversi e mi sentii uno, qualcosa che iniziava a comprendere il tempo e l’incedere lento dell’istante.
Prima di diventare materia, sentii un calore avvolgente e la mia esistenza si riempì di attesa. Cominciarono a nascere le speranze e sbocciarono i sogni, in un attimo persi il ricordo di ciò che ero stato e divenni altro.
Posso ricordare l’idea del tempo, la sensazione di perdere qualcosa di me ogni istante che trascorreva. Lasciavo alle mie spalle l’attimo appena vissuto e mi infuriavo perché non potevo riprenderlo. Non ci volle molto ad abituarmi, il tempo stesso mi insegnò che ce n’era altro da trascorrere. Imparai che c’era un dopo da vivere, un oltre da poter raggiungere, un cammino che districa i dubbi e li trasforma in certezze.
Tutto questo nell’attimo stesso in cui due cellule cominciarono a divenire quattro, e poi otto, e sedici, e trentadue. Sembrava non avessero possibilità di fermarsi, che si fosse avviata una reazione a catena senza fine. Fino a quando potetti star fuori, ero già diventato un ammasso consistente di carne informe. E quel giorno fu il primo giorno, indimenticabile, unico per la sua bellezza, memorabile e meraviglioso.
Sapevo che nessuno si era accorto ancora della mia esistenza. Questo mi tranquillizzava, non sapevo cosa mi aspettasse e, a dire tutta la verità, non avrei voluto mai saperlo.
Certo, avrei potuto scegliere di non starci, ritornare nella nebbia della beatitudine e starmene sereno per l’eternità. Ma sapevo che quella scelta avrebbe significato, per qualcuno, la dannazione, il ripudio della sovranità della vita sulla morte, l’incancellabile desiderio di non credere all’Amore.
Attesi tranquillo, non vedevo cosa c’era intorno a me. Provavo ad immaginare un mondo possibile dalle vibrazioni che mi attraversavano, perché solo quelle potevo sentire fino a quel momento.
Eppure c’ero, esistevo, ero cosciente di ciò che ero e di ciò che sarei divenuto.
Mi beai del quieto esistere, di quel calore che mi avvolgeva e del liquido che sentivo nutrire in continuazione il mio corpo. Era una sensazione strana: avevo una consistenza. Adesso non mi confondevo più con il tutto, ero nel tutto e porzione  del tutto, ma non ero più parte della stessa coerenza.

Il filo del bisogno

Abbiamo steso i sogni a un filo,
indumenti scoloriti dal sole cocente.
Ci hanno detto che torneranno
e saranno migliori di prima.

Ogni giorno svelano diverse intenzioni.
contano  soldi e sentimenti
trattandoli allo stesso modo,
patrimonio per pochi se non per la disperazione.

Teatro senza burattini,
convinti come sono che a tirare i fili siano loro.
Noi tristi marionette
di eterne convinzioni.

Si muovono frenetici i nostri subalterni,
proclamano leggi e annunciano miseria.
E gli stenti, quelli del popolo affamato,
saranno la rovina di banche e creditori.

Saranno i sogni stesi a illuminare il futuro
la pioggia ravviverà i colori
e il vento asciugherà le lacrime.
Ci saranno cieli nuovi e nuove sicurezze.

Fateci ancora ridere se potete,
spremeteci il vermiglio liquido
sin quando l’ultima stilla non sarà per voi.
Sarà allora che  vi mingeremo in faccia.

Noi, popolo che ha steso i sogni al filo del bisogno.

 

Nuova recensione (Dott. Nicola Lanna)

Ama te stesso

Con stile sobrio ed elegante, Alfonso Mormile in questo romanzo intreccia una storia, dove i personaggi vengono risucchiati in un vortice di sospetti, ansie e paure.
Immersa nella routine del nostro tempo, la storia lascia intravedere frammenti di un animo, che attraverso un suo percorso esistenziale, ha raggiunto la giusta dimensione.
Procedendo nella lettura gli eventi accelerano man mano, fino a sorprendere il lettore con un finale terribile (e imprevedibile).
“Scrivo per far parlare l’anima e comunicare con chi sente di averne una”, dice il Mormile ed in questo romanzo c’è riuscito in pieno con i personaggi che rimangono a lungo con il lettore anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Nicola Lanna

Recensione di “Ama te stesso”. (Prof.ssa Francesca Falco)

“Ama te stesso” di Alfonso Mormile, è la storia di Marco, segnata dolorosamente dalla presenza silenziosa, ma totalizzante, del figlio Tommaso “un bel bambino, sorridente e vivace”, che vive però in un mondo tutto suo, senza alcun contatto con la realtà.
L’azione si svolge attorno a questo nucleo centrale: l’attesa spasmodica di Marco di poter comunicare con Tommaso, la gelosia per la moglie Angela, che vive un rapporto esclusivo con “suo” figlio e una monotona quotidianità, scandita tra gli acquisti al supermercato, le visite alla madre, il lavoro.
Dietro questa vita apparentemente normale, però, c’è un uomo, che vive un’altra realtà, quella della sua anima, con le sue introspezioni e le sue riflessioni.
Il protagonista si guarda dentro con lucidità e mette a nudo il male di vivere, l’angoscia, la solitudine, l’isolamento dal mondo moderno e da una società corrosa dal materialismo e dal consumismo.
Ed è un continuo intersecarsi, scindersi, ricomporsi di due piani, quello reale e quello della fantasia: l’acquisto dei palloncini al supermercato gli offre l’occasione per descrivere un’umanità incoerente, che cede “all’ultimo, disposto a regalare una falsa felicità con il  mezzo del possesso”.
La visita alla madre lo fa riandare, con nostalgia, alla sua infanzia, fatta di “sogni impastati con la realtà”, alla continua ricerca della perfezione, ma anche all’immagine di se stesso, che indossa una maschera per apparire diverso, per distinguersi dagli altri.
In questo scenario non manca però il tormento per la consapevolezza che, dietro quella maschera c’è lui, solo lui, con i suoi limiti, uguale agli altri “solitario vagabondo dell’universo”, con la sua ansia di protezione, con il suo berretto calato sempre in testa, anche di notte, a mò di schermo ideale contro la sua angoscia.
Schiacciato da questa quotidianità egli si sente sempre più solo e si aggira col “passo dannato dei persi”, nell’attesa di qualche “goccia di esistenza”.
La goccia dell’esistenza sembra materializzarsi con l’apparire di Anna, che gli annebbia la vista con la sua “veste svolazzante”, gli provoca brividi di sensualità con un innocente bacio sulla guancia, che gli fa battere il cuore come ad un bambino che ha progettato di rubare la nutella.
Ad un Marco, vinto dall’angoscia, schiacciato da un dramma familiare e dalla impossibilità di comunicare con la moglie, si sostituisce, almeno all’apparenza, un Marco nuovo, totalmente preso da Anna, vinto dalla suggestione dei suoi sogni, cui diventa persino estraneo l’odore della sua casa.
Ma la realtà è ben diversa e Marco è ancora una volta un vinto, perché consapevole dell’ineluttabilità di una decisione, che egli sa sbagliata. “Era come se una forza misteriosa e potente agisse per conto mio, stremava i miei propositi, mi rendeva un incapace”.
La farsa della sua vita si conclude drammaticamente.
La follia di Angela, adombrata sin dall’inizio,  esplode in tutta la sua intensità e a marco restano solo “lacrime a coprire la vergogna della sua esistenza”.
L’opera di Alfonso Mormile, pregevole anche per il linguaggio, in cui la parola diventa musica per la sua capacità evocativa e per le risonanze che provoca nell’animo del lettore, si inserisce, a pieno titolo, nel panorama culturale attuale per l’accentuata sensibilità nei confronti:
-degli aspetti limitanti e profondamente negativi della condizione umana;
-dell’assurdità dell’esistenza dell’uomo sbilanciata tra l’infinto delle aspirazioni e la finitezza delle possibilità;
-del contrasto tra l’opacità indifferente dell’universo e il desiderio umano di felicità e di chiarezza.

Francesca Falco

La mia estasi

- La mia estasi è questa, le strade che percorro ogni giorno, i ponti, il sole e la pioggia, il vento e  l’estrema quiete, i sorrisi arresi dei vecchi, le mode che scheggiano i visi dei giovani, i bimbi, le madri, gli uomini che muovono il mondo e nemmeno lo sanno.
La mia estasi è l’estremo contendere al fato un pezzo di cielo, è il compito che m’assegna ogni svelarsi del sole, è immensa solitudine ed estrema gratitudine, è luce che muove ogni attimo, è tempo che va oltre se stesso un passo più avanti.
La mia estasi e lo stendersi della mia anima.

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