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C’è un libro che ho letto, “La solitudine dei numeri primi”, premio Strega. Scritto bene, senza grandi scossoni, guida il lettore per mano e lo porta fino alla fine, gli chiede di stare tranquillo che, tanto, la storia non devierà da quello che ci si aspetta. E’ la solitudine dei primi, di quelli che, per un motivo o un altro, si ritrovano a recitare il ruolo numeri uno o dei primi (L’autore ha saputo giocarci bene su questo).

Perché sto parlando di questo libro?

Perché pensavo al significato della solitudine, alle accezioni, alle diversità della stessa solitudine.

Perché pensavo a se si dovesse essere per forza numeri uno per sentirsi soli, oppure ci si potesse sentire tali anche essendo numeri due, o tre, o cento.

Mi sono ritrovato per l’ennesima volta davanti alla home di Facebook e un senso di solitudine profonda mia ha colto di sorpresa. Si, perché non te l’aspetti, perché resti spiazzato a ritrovarti in una “piazza” dove sono presenti centinaia di amici e provare un senso profondo di isolamento.

Stai chiuso in una stanza, tu, un monitor e una tastiera. E questi sono gli unici tuoi compagni, e potresti scrivere ciò che vuoi, ma poi pensi che l’uno o l’altro si possano offendere, e desisti, e cerchi il video carino da youtube, e rimesti nella tua coscienza per zittirla.

Il Giordano dovrebbe provare a scrivere un altro romanzo: “La solitudine dei numeri”, perché tali si è quando si entra nel meccanismo della condivisione on line, perché i “numeri uno”, su facebook non ci sono, perché facebook è lo scrigno che contiene migliaia di solitudini che fanno numero, perché i numeri primi non sono mai soli se non nel mondo matematico.

Lascerei  volentieri al mondo i suoi pensieri, e il suo sgradevole odore di morte, e la sua prepotenza, il languido estinguersi della storia.
Coltiverei piantagioni di disponibilità e ritaglierei spazi angusti dove nascondere la povertà. Prenderei il meglio e farei cadere i giudizi e i pregiudizi.
Attenderei l’alba e il chiarore della luna, misurerei i passi dei bambini per costruire strade che sappiano condurli. Mi infilerei nei lunghi recessi delle anime e prenderei semi da interrare negli orti dell’immaginazione, e sarei uomo, un essere che vive tra gli altri, con gli altri, per gli altri.
Vedrei sbocciare i fiori variopinti delle virtù, doni  che non si sotterrano, moltiplicazioni che si lasciano invidiare dalle addizioni.
La matematica della creazione si sgretola contro il muro dell’incommensurabile e i conti non tornano: Uno più uno fa infinito.
Serve un punto d’appoggio affinché la leva dell’Amore sia capace di sollevarci dalla miseria dell’esistenza.

Aiutatemi a ingannare la realtà
Percorrete con me le strade dell’immaginario
Scommettete sull’unica, possibile, vittoria
Innamoratevi di ciò che non vedete
Fatevi sedurre dalla probabilità che l’uomo possa divenire eterno.

Celatio

Vago per il mondo confinando il senso della pazzia negli angoli remoti della coscienza degli uomini. Vivo in dimensioni che nessuno ha mai ipotizzato, inesistenti, sconosciute come i fiori ai bambini appena nati. Così considero l’uomo: un neonato nell’esistenza sterminata del tempo, appena venuto al mondo, lattante. Gli insegno come vivere e come patire, cosa ascoltare e cosa credere. Sono colui che abita profondità abissali e altitudini immisurabili. Esisto da sempre, sono stata creato insieme all’umanità, sono la follia normalizzata, il pianto dimenticato. Sfido la memoria e conquisto l’indifferenza, combatto la beatitudine e la trasfiguro in inquietudine, mi approprio dei problemi e li trasformo in ansia, quell’ansia che mi aiuta nella missione. Vi state chiedendo chi io sia e quale è la mia missione? Non sarò di certo io a dirvelo. Sono perfida e insinuante, ipocrita e dissimulatrice, falsa e ingannat(t)rice. Lavoro in voi e per voi. Sto dentro la vostra essenza, liquefatta negli anfratti della vostra anima, inizio e fine di ogni disperazione, capitolazione di ogni vostra speranza di redenzione. Mi nutrite con generosità estrema lasciandomi cibare della vostra ipocrita bontà, bevo la vostra negligenza e gusto il nettare che sgorga dalla negazione di voi all’umanità. Mi impegno a farvi dimenticare il senso della vergogna e del turbamento, per attuare in me il piano del mio amico fedele: “il male”. Così, mentre vi battete contro di lui, io faccio di tutto per farvelo dimenticare. Perché, fin quanto crederete che non esiste, potrò fare di voi ciò che voglio. Così avete potuto credere che non fosse un male uccidere vostro fratello e avete continuato a farlo; avere schiavi e avete schiavizzato intere generazioni; uccidere interi popoli e avete attuato i più assurdi genocidi. Avete potuto promettere e non mantenere, inveire contro il cielo senza sentirvi in colpa, arrendervi di fronte alle incertezze e non avere vergogna di nascondervi. Adesso, signori, lavoro per ben più alti progetti. I delitti contro l’ambiente sono stati un giochino da bambini, Auschwitz una passeggiata rilassante, l’aborto e l’eutanasia un trastullo per la noia che mi assaliva. Questo è niente, adesso voglio il massimo da voi: chimere, maiali trasformati in uomo, atomiche in ogni dove, eugenetica, manipolazioni genetiche e… allucinogeni che vi facciano dimenticare, dimenticare, dimenticare… Si, signori e signore, ladies and gentlemen, sono la dimenticanza, il peggiore dei vostri difetti, la più subdola imperfezione umana. Tra poco dimenticherete che mi sono palesata e ritornerete a dimenticare.

Il bar di via Medina è stracolmo, davanti al banco si accalcano decine di persone, cornetto in una mano e giornale nell’altra, rigorosamente vestiti di colori vivaci, che a Napoli bisogna onorare la bella “staggione”, o sole pe’ case, il tranquillo ridestarsi della primavera.

-Comm’ cazz fa càvero. Sto sudando anche le ossa.

-Dotto’ ve lo faccio come l’altra volta il caffè?

-Quello era veramente una schifezza, fammelo normale, schiumato con la crema che esce da fuori alla tazza. Voglio godermi il sapore del vero caffè napoletano.

-Va bene dottò, però non dite che era una schifezza davanti a tanti clienti. Potessero pensare che non sappiamo fare il caffè buono.

-Voi siete i “masti” del caffè, come il vostro non lo fa nessuno a Napoli.

L’uomo vestito di tutto punto, cravatta e giacca di flanella a righe, si volta di scatto.

-Non urlate che mi sono appena svegliato, poi tengo o’ mal’ e capa tutto il giorno.

-Il mal di testa vi viene perché con questo sole vi ostinate a vestirvi come fosse natale.

-Alla televisione aggio sentito che oggi viene a piovere.

-E voi date retta ancora alla televisione? Non lo sapete che quelli ormai dicono un sacco di stronzate?

-A proposito di televisione dottò, ma è o’ vero che Berlusconi sa’ fatt a Noemi? – chiede il barista poggiando il caffè sul bancone in finto marmo. Continua a leggere

Ronn’ Amalia: una signora di mezza età vestita di nero, grassa, donna del popolo, ha votato per Berlusconi. “Quei fetenti di sinistra se ne devono andare a casa”, aveva detto quando Don Peppino, il parroco, le aveva portato i bigliettini delle elezioni.

“Don Peppi’, voi lo sapete, io sono donna di chiesa. Tutte le dommeniche vado a messa e dico tre poste di rosario. Ho letto da qualche parte che quei maniaci della sinistra vogliono far sposare i ricchioni tra di loro, ma è o ver”?

“Cosa dite Ama’, siamo tutti figli di nostro Signore. Però è vero, volersi sposare tra uomini è proprio uno sconcio”.

“Don Peppì, adesso ci stanno le votazioni per l’Europa, dobbiamo fare come all’anno passato”?

“Se devo dirvi tutta la verità, io sono indeciso. Dopo tutto quello che è successo ultimamente con il premier…”.

“Sono le malalengue, non ci sta niente di vero. E poi lo sapete come sono sti’ letterine, le spediscono e c’è chi ci ha già scritto l’indirizzo. Però Berlusconi mi pare tanto un brav’ommo, non lo vedo capace di .imbucarle”.

“Eh, carissima Ronn’ Amalia, il mondo è corrotto, la politica segue le usanze e i costumi dell’epoca che vive. Oggi come oggi, se si tratta di imbucare, nessun uomo si tira indietro”.

“A proposito, Don Peppì, ho saputo che il figlio della signora Maria, si vuole fare gayo pure esso”.

“Ma cosa dite? Quello sta sempre in mezzo alle femmine, e pare che non gli dispiaccia per niente. Io in persona medesimo, una volta l’ho richiamato perché stava facendo le sconcezze con una ragazza dietro al cortile della chiesa”.

“Non ci credo nemmeno io, però l’altra sera l’ho sentito gridare che vuole votare per un certo Grillino, che mi pare sia di sinistra”.

“E cosa c’è di male? Adesso tutti quelli che simpatizzano per la sinistra diventano gay?”

“Non dico questo, però avesse votato non so, per Veltroni… ma uno che si chiama Grillino… è chiaro che ce l’ha piccolo”.

“Donn’ Ama’, ma vi pare il modo di confessarvi questo?”

“Vabbè, Don Peppì, fatevi raccontare anche della signora Lucia che sa la fa con un certo Fraulese (Afragolese)  che sta alla reggione, e vi prometto che alla mia penitenza ci aggiungo volontariamente altre dieci Avemmaria”.

Versione italiana di Alfonso Mormile

Versione in napoletano di Carmen Cafaro

Numeri

li conto

s’affollano nella mente

cumuli di vuoto

e gesti vacui.

a comunicare il nulla

Pile di carte da gioco:

il gioco della vita

… spuntano a caso

edificando macerie,

mentre l’esistenza si sgretola

dietro il ghigno dell’avversario.

Strano destino il mio:

un gioco di carte

senza sequenze

provo una mossa,

poi un’altra,

ma non vinco

manca una carta

quella vincente.

Mischio il mazzo

per scoprire

che le giocate

son tutte uguali. 

 

Nummere

me mett’ a cuntà

s’affolan dinto a capa

e mosse senza valòre

a dìcere niente.

Nu muntone ‘e carte da juoco

iesceno a caso

facenno macerie

‘ntanto ca ‘a vita

se scarrupa

arreto ‘a smorfia’ cuffiata

do nemmìco mijo.

Curiusa ‘ a sciorta mija

nu juoco ‘e carte

‘filarate una arreto all’autra

‘ ammesco ‘o mazzo

pe’scuprì

che ‘ e jucate

so tutte tal e ‘qquale

Linee

-Se vuoi posso comprarti il mondo.
Sorrisi, non sapevo cos’altro dire. Accennai uno sguardo, fu una saetta che partì dal cuore e giunse a lui, e tanto durò. Poi mi ritrovai a guardare il pavimento, esaminai ogni riga che divideva le mattonelle, ne osservai il colore, la ruvidità, lo spessore. Notai come alcune erano più larghe, mentre altre terminavano con uno sbaffo di cemento: “non è stato bravo chi le ha realizzate” – pensai.
-Ehi, non mi dici niente?
Un altro lampo, mentre il viso si scoloriva e il respiro si poteva udire a metri di distanza.
-Le linee. – dissi – Le linee non sono tutte uguali.
-Di quali linee parli? – mi chiese stupito.
-Quelle tra le mattonelle. All’inizio ho pensato a un artigiano maldestro, poi mi sono convinto che se fossero uguali sarebbero monotone. L’artigiano le ha rese diverse volutamente, con maestria, e ha voluto che ai nostri occhi apparisse come un errore. Invece le ha disegnate una ad una rendendo ognuna di esse unica e irripetibile. Solo un’intelligenza superba ha potuto pensare una cosa del genere.
-Devi essere matto. – ghignò mentre appoggiava la mano sulla maniglia della porta per aprirla e andare via.
Si voltò e strinse i denti.
-Hai perso un treno speciale, non ne passeranno altri.
-Ti sbagli, ce ne sono altri, meno speciali, meno affollati, che portano in altri luoghi, treni diversi, come le righe tra le mattonelle. Chissà se anche quelli qualcuno ha voluto non fossero tutti uguali. Aspetterò il prossimo, voglio che sia quanto più dissimile dal tuo.
Restai ad ascoltare il rumore della porta che sbatteva, attesi che il cuore calmasse il ritmo, annusai il respiro della primavera e scostai dalla mente l’imbarazzo dell’appiattimento cui sarei stato sottoposto.

Per l’ennesima volta sento alla radio notizie su Berlusconi, sua moglie e le sue presunte amanti. Roba da ridere se non fosse che c’è in gioco la dignità dell’Italia e degli italiani. Provo a immaginare se fossi stato io il padre della ragazza a cui il premier è andato personalmente a porgere gli “auguri” donando una collana da seimila euro. Non so quanti avrebbero avuto il coraggio di cacciarlo a calci in culo. Mio nonno diceva: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il male”, errando di proposito, senza sbagliare, secondo il mio modesto parere.

Non so quanto possano interessare le vicende personali di un uomo, a meno che non si voglia fare pubblicità gratuita al personaggio in questione. Che divorzino o che si amino, che si picchino o si accarezzino, non fa differenza, l’importante è parlarne, perché in una società mediatica, quale la nostra, non importa in che modo se ne parli, è rilevante che si salti all’onore o al disonore delle cronache, tanto non fa differenza: si esiste solo se si riesce a far parlare di se.

Ritornando all’episodio specifico ritengo che i giornalisti che si stanno dando da fare per analizzare, vivisezionare, sviscerare i dettagli delle scappatelle del primo ministro, non siano altro che comari chiacchierone, alla stregua delle “vaiasse” tanto care alla tradizione napoletana.

Le “vajasse” succitate urlavano per qualsiasi motivo contro la persona che odiavano, e lo facevano in modo così sguaiato, da essere ritenute donne di poco conto, femmine di bassa estrazione sociale, da evitare accuratamente.

Ecco: i giornalisti italiani non sono altro che “vajasse” della peggiore specie e non hanno nemmeno l’attenuante di essere Napoletani.

Però mi chiedo se a questi “mediatori” convenga di più essere “vajasse” oppure “vasciajole”, o scegliere di lavorare per migliorare il loro stile per evitare di essere confusi con i giornalai che, per chi non lo sapesse, per i napulitani (non c’è errore) è la stessa cosa.

P.S. Se capisci va buono, o sinò futtatenne.

Attraverso un periodo sterile. Come dico sempre a una mia amica: “sto in stipsi letteraria”. Allora mi perdo, perdo la dimensione del tempo e comincio a vagare con la mente, mentre le ore scorrono senza che io possa accorgermene.
“Azzo, sono già le dieci?”.
E cosa ho fatto in tutto questo tempo? Non lo ricordo. Oppure si, forse ho elaborato tesi, enunciati, principi.
In verità, solo scempiaggini, cretinerie di tutte le fogge, assurde circonvoluzioni mentali, cazzate che, di solito, non portano da nessuna parte se non a una perdita di tempo, appunto.
L’altra sera, ad esempio, mi chiedevo se gli “architetti” fossero mantenuti dagli “architravi” e se venissero impermeabilizzati con l’asfalto o altri prodotti simili.
Dato che nel mio lavoro sono spesso in contatto con tale categoria che, con tutto il rispetto dovuto, partoriscono idee tali che al confronto Berlusconi è un principiante, immaginare un tipo aggrappato a una trave per fungere da tetto, mi ha fatto sorridere, anche perché è un desiderio occulto vederne qualcuno appeso.
Da questo dissennato pensiero, ne ho partorito altri.
Può il “burro” essere il figlio del “burrone”, o il “botto” il fratello minore del “bottone”?         E se “l’automobile” si chiama così vuol dire che esiste anche “l’autoferma”? E’ chiaro che a questo punto il “maglio” dovrebbe essere più leggero di un “maglione” (ma non provatelo sulle vostre dita) e il “treno” ogni tre “no”  anche rispondere “si” (ciò dipende, ovviamente, dalla domanda che gli ponete), ma volete mettere  un “inetto” che a furia di provarci diventa un “inchilo”?
E non provate a cambiare una “cucina” in una “cugiappone”, avrebbe lo stesso gli occhi a mandorla ma lo stufato non riuscireste a mangiarlo.

Si nota molto che sto in stipsi letteraria?

Senti freddo? – mi chiese facendo splendere il suo sorriso nel buio.
Non risposi e lei continuò ad accarezzare il mio corpo stringendosi sempre di più a me. Il contatto mi fece sussultare, un tonfo al cuore presagì il prossimo evento. Non ressi, cercai avido la sua bocca e lei me la offrì con tutto il trasporto di cui era capace. I nostri umori liquidi si mischiarono e sperimentai sapori che non avevo mai sentito prima, sospiri mai uditi, lamenti che trasfiguravano in gemiti di piacere. Poi il calore del suo interno, Continua a leggere

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